Prospettive
La Lettera Enciclica Magnifica Humanitas non è solo un documento che parla di intelligenza artificiale. In questo scritto la rivoluzione tecnologica è inserita all’interno di un discorso molto più ampio, che riguarda il modo in cui le tecnologie incidono sui rapporti sociali, trasformano la mentalità degli esseri umani, modificano le nostre relazioni con il mondo. Sono due le immagini che si trovano all’inizio del testo. Esse rimandano a due episodi biblici. Il primo si riferisce alla Torre di Babele, il secondo alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme a opera di Neemia. Mentre nel primo caso gli esseri umani vogliono edificare una costruzione che sfidi ogni limite e sia espressione del loro potere, nel secondo Neemia coordina gli sforzi congiunti del popolo di Israele e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. Come va a finire, nei due casi, è ben noto. Oggi ci troviamo in una situazione analoga. Oggi siamo di fronte all’alternativa fra erigere una nuova Torre di Babele, con il rischio di produrre fraintendimenti e conflitti, oppure edificare una città in cui gli esseri umani possono cooperare pacificamente fra loro.
Proprio nell’ottica di questa alternativa si comprende perché la riflessione sull’intelligenza artificiale dev’essere inquadrata all’interno della Dottrina Sociale della Chiesa. Tanto più che la Magnifica Humanitas è pubblicata nel 135mo anniversario della Rerum Novarum, l’Enciclica redatta da quel Papa, Leone XIII, da cui l’attuale Pontefice ha voluto prendere il nome. Le res novae del nostro tempo, come viene detto, sono la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica. Esse sono da considerare soprattutto per le conseguenze del loro agire sulla vita concreta degli esseri umani.
La Dottrina Sociale della Chiesa è una dottrina dinamica, nella quale il messaggio evangelico viene posto in relazione con i bisogni dell’umanità che di volta in volta s’impongono. Pur nel suo sviluppo storico, essa conserva un’ispirazione unitaria e rimane fedele ad alcuni principî di fondo. Essi sono l’uguale dignità di tutti gli esseri umani, il valore imprescindibile dei loro diritti, la destinazione universale dei beni comuni, la sussidiarietà, la solidarietà, la necessità di una giustizia sociale.
All’interno di questo sfondo si realizza nell’Enciclica il confronto con l’intelligenza artificiale. L’Enciclica mette in evidenza alcuni rischi insiti nei più recenti sviluppi tecnologici. Si tratta in particolare del pericolo che essi possano venir intesi come un mero strumento per l’esercizio del potere da parte di pochi e dell’idea che, proprio grazie a essi, l’essere umano possa oltrepassare i propri limiti, visto che questi limiti sono considerati unicamente come un impedimento all’esercizio di un incontrollato volere. Invece – la Magnifica Humanitas lo dice chiaramente – solo nel riconoscimento della finitezza e della creaturalità dell’essere umano vi è la possibilità di recuperare il suo vero ruolo nel mondo e di valorizzare la grandezza delle sue azioni. Soprattutto, però, l’Enciclica si sofferma, con abbondanza di esempi, sulle conseguenze di un uso non regolamentato dell’intelligenza artificiale. Esse sono, in particolare, la rinuncia alla possibilità che una verità sulle cose possa essere detta, la perdita di dignità del lavoro e il venir meno del suo senso, la sostituzione della libertà umana con la dipendenza dalle tecnologie e la mercificazione di ogni essere, conseguente alla trasformazione di ogni essere in un dato manipolabile.
L’ultimo capitolo dell’Enciclica propone uno scenario alternativo rispetto a quello appena delineato. La base su cui esso poggia è la centralità umana. Siamo noi coloro che sono chiamati a decidere se voler esprimere la propria potenza grazie alle tecnologie, e finire per esserne asserviti, oppure sviluppare quella cooperazione solidale che, sola, è in grado di garantire la pace. L’alternativa, in altre parole, è tra la cultura della potenza e la civiltà dell’amore. La prima si basa sulla normalizzazione della guerra, sull’uso della forza senza controllo, sulla volontà di sopraffazione camuffata da realismo politico. La seconda si compie nella prospettiva dei costruttori di pace: quella di coloro che sanno disarmare le parole e le azioni, prendersi concretamente le proprie responsabilità, promuovere la giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, rilanciare la prospettiva della mediazione e la pratica del dialogo. Non è solo una speranza, ma è un percorso inevitabile: posto che si voglia salvaguardare la magnifica humanitas che inabita ciascuno di noi.

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