Prospettive
Ogni volta che un incendio industriale, una contaminazione ambientale o un incidente rilevante colpiscono un territorio, il dibattito pubblico si concentra sulle responsabilità immediate: chi ha sbagliato, quali controlli sono mancati, quali norme non sono state rispettate. Sono domande necessarie. Ma se vogliamo evitare che questi episodi continuino a ripetersi, dobbiamo guardare oltre l’emergenza e affrontare le cause strutturali che li rendono possibili.
Ridurre la plastica e le sostanze problematiche prima che diventino un problema da gestire
L’incendio di Lugnano dovrebbe innanzitutto spingerci a riflettere su una questione più ampia. Chi studia il settore dei rifiuti sa che gli incendi negli impianti di trattamento, stoccaggio e recupero non sono eventi imprevedibili. Sono il sintomo di un sistema che fatica a gestire quantità sempre maggiori di materiali.
Il caso della plastica è emblematico. Da anni assistiamo a una crescita continua della produzione di plastica, mentre la domanda di plastica da avviare al riciclo cala, perché il mercato è saturo. Pensare che il riciclo possa risolvere da solo il problema significa ignorare i limiti economici e materiali delle filiere.
La priorità dovrebbe quindi essere la riduzione a monte. Meno plastica monouso e meno imballaggi inutili. Per dare un numero, all’Università di Pisa l’eliminazione delle bottiglie da mezzo litro in plastica dai rivenditori automatici ci ha permesso di ridurre di 6.5 tonnellate di plastica prodotta ogni trimestre. Tutto il comparto pubblico potrebbe operare in questa direzione: eliminare interamente sia le bottiglie di plastica sia tutti i materiali di plastica monouso. Ma anche la grande distribuzione, le grandi aziende e tutti gli attori economici che fanno uso intensivo di plastica potrebbero svolgere un ruolo decisivo intervenendo sulle scelte di packaging, sulla progettazione dei prodotti e sulle pratiche dei fornitori. La sostenibilità non si costruisce soltanto con tecnologie di riciclo più efficienti. Si costruisce soprattutto riducendo ciò che produciamo, consumiamo e scartiamo.
Pianificare il territorio e introdurre vere zone cuscinetto
Ma anche in una società che produce meno rifiuti e utilizza meno sostanze problematiche, il rischio non scompare. Per questo occorre affrontare un secondo nodo: la pianificazione del territorio.
Ogni volta che si verifica un incidente, ci chiediamo chi sia responsabile. Più raramente ci chiediamo se quell’impianto dovesse essere localizzato proprio in quel luogo. Eppure è una domanda cruciale.
L’Italia continua a pagare il prezzo di decenni di assenza di una vera politica territoriale e industriale. Attività produttive potenzialmente impattanti convivono con territori che fondano il proprio sviluppo sul paesaggio, sul turismo, sull’agricoltura di qualità e sul patrimonio culturale. Se la principale risorsa economica di un territorio è la qualità ambientale, insediare attività che possono comprometterla significa mettere a rischio il suo stesso futuro.
Per questo occorrono criteri più rigorosi nella localizzazione delle attività industriali che utilizzano sostanze pericolose, impiegano tecnologie difficili da decarbonizzare (hard to abate) o possono generare impatti significativi in caso di incidente. Queste attività dovrebbero essere collocate prioritariamente in aree già industrializzate, recuperando siti dismessi e degradati anziché consumare nuovo suolo o occupare territori di elevato pregio paesaggistico e naturalistico.
Ma non basta decidere dove collocare gli impianti. Occorre anche ripensare il rapporto tra attività industriali e luoghi della vita quotidiana. Un principio largamente trascurato nel nostro Paese è quello delle zone cuscinetto.
Tra impianti a rischio e centri abitati, scuole, asili, ospedali e aree residenziali dovrebbero esistere fasce di rispetto adeguate alle caratteristiche dell’attività svolta. In queste aree non dovrebbero sorgere nuove abitazioni o attività sensibili. Potrebbero invece trovare spazio aree di riforestazione, boschi urbani o impianti per la produzione di energia rinnovabile.
Queste zone non eliminerebbero il rischio industriale, ma ridurrebbero drasticamente l’esposizione delle persone agli effetti di eventuali incendi, esplosioni o dispersioni accidentali di sostanze nocive. Si tratta di una misura di prevenzione semplice, concreta e pienamente coerente con il principio di precauzione.
Politiche industriali e condizionalità: non tutti gli investimenti sono uguali
La pianificazione, tuttavia, non riguarda soltanto il luogo in cui si insediano le attività produttive. Riguarda anche chi viene autorizzato a operare in un territorio.
Le politiche industriali più avanzate stanno progressivamente abbandonando l’idea che qualsiasi investimento sia automaticamente positivo. Se una comunità mette a disposizione risorse pubbliche, infrastrutture e capitale territoriale, ha il diritto di pretendere comportamenti responsabili e verificabili.
Non tutte le imprese generano lo stesso valore sociale. Alcune producono occupazione qualificata, innovazione e sviluppo. Altre trasferiscono sulla collettività costi ambientali, sanitari e sociali che emergono solo nel lungo periodo.
Per questo la pianificazione territoriale dovrebbe essere accompagnata da sistemi di valutazione preventiva dell’affidabilità degli operatori economici. I decisori pubblici dispongono già di molte informazioni utili: gravi violazioni ambientali, problemi ripetuti di sicurezza sul lavoro, provvedimenti delle autorità competenti, condanne definitive per reati rilevanti.
L’obiettivo non sarebbe creare nuovi ostacoli burocratici agli investimenti, ma introdurre criteri di selezione che distinguano gli operatori responsabili da quelli che hanno costruito il proprio vantaggio competitivo scaricando sulla collettività i costi delle proprie attività. Se esistono incentivi per le imprese virtuose, dovrebbero esistere anche forme di esclusione o limitazione per chi presenta una storia documentata di violazioni gravi e ripetute.
Una questione politica che i cittadini devono pretendere
Quelle che pongo non sono questioni tecniche riservate agli specialisti. Sono scelte politiche che riguardano il modello di sviluppo che vogliamo costruire.
Troppo spesso ci occupiamo di questi temi solo dopo un incendio, una contaminazione o un incidente. Ma quando il problema esplode, molte delle decisioni che lo hanno reso possibile sono già state prese da anni.
Per questo i cittadini dovrebbero pretendere che la pianificazione territoriale, la politica industriale, inclusi anche i temi più specifici della riduzione dei rifiuti e la prevenzione dei rischi entrino stabilmente nel dibattito pubblico e nelle campagne elettorali. Se continueremo a considerarle questioni secondarie, continueremo anche a ritrovarci, dopo ogni incidente, a discutere delle stesse responsabilità e degli stessi errori.
La vera sfida non è gestire meglio le emergenze. È costruire una società che produca meno rischi, meno rifiuti e meno sostanze nocive, e che pianifichi il proprio sviluppo in modo da proteggere le persone prima che sia necessario proteggerle dalle conseguenze di un disastro.

Altre News
Fotonotizia

Un gruppo di studenti del terzo anno del corso di laurea in "Geology" dell’Università di Pisa a Tashkent (Uzbekistan) è a Pisa dal 24 maggio al 7 giugno per un programma di formazione intensiva.
Durante le due settimane gli studenti seguono un corso di Laboratory skills nei laboratori del Dipartimento di Scienze della Terra e del CISUP. Il programma prevede inoltre visite agli affioramenti geologici della Toscana meridionale, a integrazione della loro preparazione nel campo delle geoscienze.
Nel corso del soggiorno, il Rettore dell’Università di Pisa ha incontrato il gruppo per un cordiale scambio di saluti. Il Rettore aveva già conosciuto gli studenti durante la visita istituzionale a Tashkent del settembre 2024, svolta insieme alla Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini.
Video
L’Università di Pisa punta a diventare uno Smoke Free Campus entro il 2028, avviando un percorso concreto per contrastare il fumo, principale fattore di rischio evitabile per la salute.
Il progetto, illustrato dalla professoressa Anna Solini, docente di Medicina Interna, prevede diverse azioni: un questionario anonimo per analizzare la diffusione del tabagismo in Ateneo, incontri di supporto per studenti che vogliono smettere di fumare, sessioni pratiche con strumenti e strategie e un monitoraggio a 3 e 6 mesi.
Un’iniziativa che mette al centro la salute, la consapevolezza e il benessere della comunità universitaria.
Eventi
Il 18 giugno, presso il Dipartimento di Scienze della Terra in Via...




