L’Università di Pisa piange la scomparsa del professor Eleuterio Ferrannini, diabetologo di fama internazionale, a lungo docente dell’Ateneo pisano, in pensione dal 2014. Nato a Benevento nel 1948, Eleuterio Ferrannini si è laureato in Medicina all’Università di Pisa nel 1972, dove ha poi sviluppato gran parte della sua carriera accademica fino a diventare professore ordinario di Medicina interna nel 1995. Dopo esperienze di ricerca al Karolinska Institutet di Stoccolma, alla Yale University e collaborazioni internazionali, ha concentrato la propria attività scientifica sul diabete, l’obesità e le malattie del metabolismo, guidando uno dei gruppi di ricerca più autorevoli del settore in Italia e a livello internazionale.
Autore di oltre 500 pubblicazioni scientifiche, i suoi studi hanno riguardato in particolare l’insulino-resistenza, il deficit β-cellulare, le complicanze vascolari del diabete e la terapia dell’obesità. È stato presidente della European Association for the Study of Diabetes (EASD), editor-in-chief della rivista Diabetologia e coautore delle linee guida internazionali ADA/EASD per il trattamento del diabete di tipo II.
All’Università di Pisa ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali, tra cui la direzione della Scuola di specializzazione in Medicina interna e del Dipartimento assistenziale ad attività integrata di Area Medica dell’AOUP. Nel corso della sua carriera ha ricevuto importanti riconoscimenti scientifici internazionali, tra cui la Morgagni Medal, il Novartis Award e il Claude Bernard Prize della Società europea del diabete. Nel 2013 era stato insignito dell’Ordine del Cherubino.
I funerali si terranno oggi, lunedì 25 maggio, alle 15:30 alla chiesa del Sacro Cuore in via Bonanno a Pisa.
Qui di seguito pubblichiamo due ricordi del professor Eleuterio Ferrannini a firma del professor Andrea Natali e del professor Stefano Taddei.
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Ricordo di Eleuterio Ferrannini
Ho avuto la fortuna di incontrare Ele appena laureato e di lavorare con lui per 40 anni. Ora non c’è più è si avverte un grande vuoto.
Qualsiasi suo ritratto che si fermasse a premi, titoli e pubblicazioni perderebbe qualcosa di essenziale. Ele non aveva mai fretta …. e non aveva neppure il cellulare. Non era lentezza, ma stile; non esitazione, ma padronanza del tempo. In una professione sempre più dominata da scadenze, metriche e urgenze, sembrava vivere secondo un ritmo più ampio. Sapeva fermarsi prima di rispondere, seguire un’idea fino alla sua radice nascosta, ascoltare un giovane collega, gustare una conversazione o lasciare che il silenzio facesse il suo lavoro. La sua assenza di fretta era parte della sua intelligenza: gli permetteva di vedere, e vedeva tutto.
La sua curiosità andava ben oltre il metabolismo. Si interessava alla scienza, alla musica, alla politica, alle lingue, ai viaggi, al mare, ai libri e alle piccole assurdità della vita quotidiana. Una conversazione con lui poteva iniziare dal metabolismo glucidico mediato dall’insulina e proseguire con Mozart, la politica italiana e internazionale, la fisica o la luce sulla costa toscana. Aveva l’appetito dello scienziato per la spiegazione e il piacere dell’umanista per la complessità.
Chi lo ha conosciuto ricorderà la sua amata vecchia motocicletta BMW: elegante, solida, sobria, costruita per la distanza più che per l’esibizione. In essa c’era qualcosa del suo temperamento: indipendenza, artigianalità, rifiuto dell’ornamento inutile. In sella non per correre, ma per muoversi con scopo, fidandosi della strada, del motore e del proprio giudizio.
Amava la musica classica non come sottofondo, ma come forma seria di pensiero ed emozione. Per lui apparteneva allo stesso mondo interiore della fisiologia: struttura, variazione, tensione, risoluzione, armonia. Apprezzava la precisione, mai a scapito della bellezza. Chi lo ascoltava parlare di scienza riconosceva le stesse qualità: architettura, ritmo e una profonda avversione per il rumore.
Soprattutto, Ele amava la sua famiglia. Con Daniela con i loro figli trovava il centro che dava misura a tutto il resto. Gli onori scientifici lo portarono attraverso i continenti; la famiglia lo riportava a casa. La sua devozione per Daniela e per i figli non era separata dall’uomo che i colleghi conoscevano: era parte della stessa integrità, della stessa lealtà, della stessa quieta fermezza.
D’estate, Castiglione della Pescaia era uno dei suoi luoghi eletti di felicità. Lì, vicino al mare, con la sua piccola barca a remi, appariva vicino a un’altra versione di sé: meno pubblica, meno formale, ma non meno attenta. L’immagine resta impressa: Ele ai remi, sull’acqua, senza fretta, in una barca abbastanza piccola da richiedere equilibrio e fatica, non aveva bisogno di velocità. Aveva bisogno di direzione, ritmo e piacere di fare bene le cose.
Come mentore poteva essere esigente, talvolta esasperante. Detestava il pensiero vago e il linguaggio inadeguato. Una sua domanda poteva mettere a nudo la debolezza di un intero argomento. Ma sotto l’acutezza c’era un profondo rispetto per la scienza e per chi era disposto a prenderla sul serio. La sua critica non era mai casuale: era una forma di investimento. Io come tutti i suoi allievi abbiamo imparato da lui non solo tecniche e concetti, ma una postura intellettuale: essere precisi, curiosi, diffidare delle mode, misurare con cura, pensare fisiologicamente, non confondere la complessità con la profondità. Mi spaventa non poco la responsabilità di dare continuità a questa scuola e trasferire ai più giovani la sua enorme eredità scientifica, etica ed umana.
In sintesi, Ele rappresentava la più alta tradizione europea della scienza clinica: cosmopolita, radicata nella fisiologia, resistente alla separazione artificiale tra letto del paziente, laboratorio e matematica. Forse la sua eredità più grande sta nell’unione di mente e carattere. Ele insegnava che la scienza non è solo accumulo di dati, ma un modo di prestare attenzione al mondo. La sua vita suggeriva che le qualità necessarie alla buona fisiologia – pazienza, disciplina, curiosità, proporzione e rispetto per le connessioni nascoste – sono anche qualità necessarie per vivere bene.
Andrea Natali
Professore di Scienza dell’Alimentazione e delle Tecniche Dietetiche Applicate
Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale
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Ricordo di Eleuterio Ferrannini
La scomparsa dell’amico Ele Ferrannini è uno di quelli eventi che ti lascia con un vuoto dentro. Tutta la mia carriera accademica è stata indiscutibilmente segnata dal rapporto con Ele, figura di riferimento all’inizio della mia carriera per diventare poi compagno di viaggio essendo entrambi rappresentanti della Medicina Interna.
L’incontro con Ele nacque, circa 40 anni fa, per una collaborazione scientifica all’inizio della quale il sottoscritto, in una fase estremamente iniziale del percorso scientifico, era “il ragazzo di bottega”, cioè il semplice esecutore di disegni sperimentali pensati da colleghi più anziani. Immediatamente capii il suo valore e quanto potesse stimolare la mia maturazione scientifica soprattutto facendomi capire la bellezza di una ricerca con una forte ricaduta clinica.
Non ho timore di affermare che Ele Ferrannini è stato il più grande scienziato dell’area medica dell’Università di Pisa. Ricordo un episodio particolare che avvenne all’inizio della nostra collaborazione e mi fece molto riflettere Un giorno entrò nel laboratorio dove trascorrevo gran parte del mio tempo e dove facevamo gli studi clinici: era una furia scatenata per uno dei soliti contrattempi che caratterizzavano e caratterizzano la vita accademica quotidiana. Era così esasperato che mi disse: “In queto palazzo, se metti insieme l’elenco dei lavori di tutti coloro che ci abitano, il numero che ottieni non raggiunge la metà della mia produzione scientifica”. Sinceramente considerai questa affermazione come una classica sparata dettata dall’amarezza e dall’ esasperazione. All’epoca non conoscevo ancora bene Ele e non ero in grado di verificare l’esattezza delle sue affermazioni e anzi le considerai espressione della tipica autoreferenzialità del nostro mondo universitario. Tuttavia, questa frase non mi uscì dalla testa e successivamente ebbi l’opportunità di verificare che aveva assolutamente ragione! Non solo, ma cominciando a frequentare il mondo della ricerca internazionale mi resi subito conto che quando dicevo ai colleghi stranieri che venivo da Pisa, il primo nome che sempre saltava fuori era quello di Ele Ferrannini. Ovviamente commentavo subito che eravamo grandi amici e collaboravamo.
L’amore di Ele per la ricerca scientifica è sempre stato prioritario tanto da non abbandonarlo mai, anche durante questi ultimi mesi di malattia.
Negli anni poi il rapporto si è spostato sulla vita accademica dell’area medica, che per altro ha sempre condotto per spirito di servizio, ma tuttavia sempre con lucidità e determinazione. Abbiamo interagito molto sulla governance della Medicina Interna, a volte anche su posizioni diverse, ma sempre con il dialogo e il rispetto reciproco.
Infine, non posso non ricordare come Ele sia stato un amico. Avevamo in comune un grande amore per lo sport: spesso abbiamo corso insieme (in verità cercavo di stargli dietro senza un grosso successo) ricordo anche una bellissima giornata sugli sci all’Abetone e una volta sono riuscito a trascinarlo su di un campo da tennis. Qualsiasi cosa facesse, gli veniva bene.
Abbiamo condiviso poi in modo parallelo la nascita dei nostri rispettivi figli. Ricordo Ele che venne a salutare mia moglie e il sottoscritto pochi minuti dopo la nascita del nostro secondo figlio in quanto anche lui era prossimo ad accogliere la sua prima figlia ed era chiaro come questo evento gli riempisse il cuore.
La famiglia, infatti, è stato l’altro suo grande amore. Il destino, tuttavia, non è stato clemente, ma la sua forza d’animo insieme a quella della moglie Daniela e dei figli gli hanno permesso di convivere il grande lutto che ha colpito lui e tutti i suoi cari.
La perdita di Ele è devastante come sempre è devastante la perdita dei grandi personaggi. È difficile pensare che non ci sia più in quanto la sua presenza con noi era ancora viva e significativa.
Ele Ferrannini ci mancherà come persona, ma sicuramente il suo ricordo e soprattutto l’eredità che ha lasciato attraverso i suoi innumerevoli allievi manterrà viva la sua presenza tra tutti noi.
Stefano Taddei
Professore di Medicina Interna
Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale



