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La filosofia italiana al tempo di Dante

Curatori del volume Gianfranco Fioravanti, professore all’Università di Pisa, e Carla Casagrande dell'Ateneo pavese

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iammagine copertinaTra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento la filosofia fece ritorno in Italia dopo un’eclissi durata più di settecento anni. Decisiva fu l’apertura a Bologna dei nuovi corsi di logica e filosofia per gli studenti di medicina. "La filosofia in Italia al tempo di Dante” (il Mulino, 2016) racconta la storia di questa straordinaria e fortunata stagione culturale, ricostruendo il mondo intellettuale di filosofi, medici, letterati e predicatori che agivano in un paesaggio cittadino vivace e complesso, tra aule universitarie, corti signorili e biblioteche conventuali.

Curatori del volume sono Gianfranco Fioravanti, professore all’Università di Pisa insignito dell'Ordine del Cherubino, e Carla Casagrande professoressa di Storia della filosofia medievale all’Università di Pavia. Anticipiamo qui un estratto a loro firma della prefazione.

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In questo volume non si parla di una filosofia ‘italiana’. Anche a voler accettare i criteri con cui oggi si ripresenta la non nuova tesi dell’esistenza di uno o più caratteri peculiari del pensiero italico, tali da differenziarlo dalle grandi correnti del pensiero europeo nell’età moderna, essi non sarebbero applicabili al periodo di tempo, peraltro piuttosto limitato, di cui qui si tratta. Esso prende comunque in considerazione un fatto di assoluta novità: il ritorno in Italia della filosofia entro coordinate spazio temporalmente determinate dopo una assenza durata più di sette secoli. E poiché, anche aderendo alla idea della impersonalità del pensiero bisogna ammettere che la attività del filosofare comporta l’esistenza di attori storicamente identificabili ne deriva che nel nostro caso il ritorno della filosofia si è tradotto nell’apparizione sulla scena storico culturale italiana di una figura, quella del filosofo che fino ad allora era rimasta nelle pagine di enciclopedisti altomedievali come reperto ‘archeologico’ di un passato senza ritorno.

Il libro individua l’inizio della vicenda nel passaggio ad un insegnamento bolognese, avvenuto nel 1295, di un maestro laureato a Parigi: Gentile da Cingoli. Questo piccolo evento è effettivamente iniziale (il corso di Gentile è il primo corso specifico di filosofia tenuto nello Studio bolognese) ma è anche fortemente emblematico della storia che inaugura. La fiducia nella capacità della ragione, l’autonomia di un lavoro filosofico mai subordinato né propedeutico ad altri saperi, l’uso di rigorose procedure dimostrative: questa l’idea di filosofia che Gentile porta con sé da Parigi e che resterà, pur con accenti diversi quella cui si ispireranno i filosofi bolognesi che nei decenni seguenti formeranno una vera e propria scuola e si definiranno orgogliosamente nei confronti della teologia come “layci et seculares.” Di questo gruppo di ‘intellettuali’ strutturato sulla relazione maestro-allievo, del loro rapportarsi alle altre figure del contesto universitario e cittadino (medici e giuristi), del loro modo particolare di fare filosofia, dei problemi fondamentali per loro e da loro affrontati parla appunto questo libro.

Carla Casagrande e Gianfranco Fioravanti

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  • 13 gennaio 2017

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