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Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura

Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura

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copertina libroÈ uscito da poco "La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento" (Carocci, 2016) di Stefano Brugnolo, professore di Critica Letteraria e Letterature Comparate del dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica del nostro Ateneo, un volume scritto insieme ai colleghi Davide Colussi, Sergio Zatti e Emanuele Zinato dell'Università di Padova. "Quali bisogni o desideri esprime la letteratura?", si legge nel risvolto di copertina "Esistono criteri per stabilire il valore di un testo? Il suo significato muta a seconda del lettore?" Il libro risponde a tali domande, ripercorrendo – in modo chiaro ma anche problematico – le idee, le parole-chiave, le forme discorsive che hanno segnato la teoria della letteratura dal primo Novecento a oggi". Presentiamo qui l'introduzione del libro dal titolo "Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura"

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Questo manuale aspira ad essere divulgativo ma contemporaneamente problematico e critico. Non intendiamo infatti elencare in sequenza i nomi e le idee dei principali teorici novecenteschi, ma semmai affrontare alcune grandi questioni e raccontare come quei teorici hanno preso posizione rispetto ad esse, e se e come ne sono venuti a capo; questo a partire dalla questione preliminare, la più immediata ma anche la più difficile di tutte, quella che corrisponde al titolo di un memorabile saggio di Jean-Paul Sartre (1905-1980): Che cos’è la letteratura? I criteri che solitamente sono stati adottati per rispondervi sono tre: quello istituzionale (è letteratura quel che una società definisce tale), quello immaginario (sono letterari i discorsi che ci fanno evadere dalla realtà), quello formale (sono letterari quei discorsi che presentano specifiche caratteristiche linguistiche). Come vedremo, a seconda della prospettiva che si adotta cambia la risposta che si dà. Ma se questo è l’interrogativo di base è vero anche che resterà un po’ sullo sfondo, mentre affronteremo più puntualmente e diffusamente altre questioni più vicine alla comune prassi interpretativa. La prima di esse sarà: da dove viene la letteratura? Da quali realtà psichiche o culturali, individuali o collettive emana? O se preferiamo: quali istanze, bisogni o desideri esprime? La seconda: la letteratura è un gioco fine a sé stesso, un puro divertimento, oppure ci parla del mondo, lo rispecchia, lo imita? E, in questo caso, secondo modalità trasparenti o deformanti? La terza: di che tipo è il messaggio o il significato che veicola un’opera letteraria? È traducibile in parole piane e razionali o presenta caratteristiche che la rendono refrattaria al discorso logico? La quarta: tale significato è fisso nel tempo o cambia a seconda del lettore, delle epoche, delle società, e insomma della prospettiva che si adotta? La quinta: esistono criteri o procedure per stabilire l’eccellenza estetica di un testo o, ancora una volta, tutto è demandato alla sensibilità soggettiva, oppure alle scelte di élite che impongono di considerare valide solo certe opere? E infine l’ultima: a cosa e a chi serve la letteratura? Che funzione svolge dentro una certa comunità o anche nello sviluppo della specie umana? Serve a diffondere immagini del mondo che confermano l’ordine vigente o a proporcene di originali e scomode?

Anche se è sempre possibile proporre altre domande e articolarle in modo diverso, sono questi i nodi concettuali fondamentali con cui si sono confrontati tutti i teorici della letteratura. Ad essi perciò ci riferiremo continuamente anche quando non li evocheremo esplicitamente. Come si può constatare non sono problemi che riguardano solo gli specialisti ma possono interessare tutti coloro che consumano romanzi, poesia, teatro, canzoni, cinema ecc., e amano rifletterci sopra. In fondo cercare di comprendere cosa sia, come funzioni, a cosa serva la letteratura significa cercare di comprendere che tipo di relazione intercorra tra le parole e le cose, tra i testi e la vita che conduciamo, e significa anche chiedersi se e come, rappresentando e raccontando il mondo, possiamo dargli un senso condiviso. Anche se non sono stati solo i teorici della letteratura a porsi questi problemi, crediamo che le loro risposte possano aiutare tutti ad orientarsi meglio. Ci piace dunque immaginare che un libro come il nostro contribuisca a fare uscire il discorso critico-teorico dal suo attuale isolamento, per renderlo parte viva della discussione intellettuale pubblica.

Ecco adesso qualche premessa e istruzione per l’uso di questo manuale. Mentre nei capitoli successivi approfondiremo alcune specifiche teorie, in questa introduzione vi proponiamo un rapido inquadramento delle principali linee di ricerca e riflessione, scegliendo come motivo dominante il conflitto tra l’approccio mimetico e quello anti-mimetico. Quest’ultimo ha cominciato ad affermarsi a partire dalla metà dell’Ottocento in Francia. È stato infatti Charles Baudelaire (1821-1867), che però sviluppava alcuni spunti di Edgar Allan Poe (1809-1849), il primo a proporre con enfasi l’idea che la poesia non debba mirare all’Insegnamento o alla Morale o alla Verità, perché essa «non ha per oggetto [...] che sé stessa» (Baudelaire, 1857, p. 828). È la linea dell’autonomia del bello, che dopo Poe e Baudelaire altri scrittori e poeti – Flaubert, Mallarmé, Proust – proseguiranno e approfondiranno. Spesso questi scrittori sono stati considerati antesignani delle posteriori teorie autoreferenzialiste ma va ricordato che essi avevano una idea altissima della funzione sociale della letteratura, tanto che ritenevano che soltanto essa, dopo la fine della religione, avrebbe potuto trasfigurare e “salvare” il senso dell’esperienza umana, altrimenti destinata all’insignificanza e all’oblio. Solo nel Novecento questo tipo di visione attecchirà negli studi letterari veri e propri – si pensi alla concezione estetica di Benedetto Croce, al formalismo russo ma soprattutto allo strutturalismo francese (cfr. i CAPP. 1 e 5) – e anzi si radicalizzerà fino al punto di trasformarsi nella concezione autoreferenzialista vera e propria, secondo cui i testi poetici non rimanderebbero a nessuna realtà extra-testuale, ma unicamente a sé stessi. Tale concezione, che ha rotto con le poetiche della mimesi prevalenti in Europa da Aristotele in poi, è stata da allora sostanzialmente egemone fino ad oggi. Tutte le riflessioni che si sono date intorno alla letteratura hanno in qualche modo fatto i conti con questo nuovo paradigma, sia per aderire ad esso che per contestarlo.

Stefano Brugnolo

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  • 15 dicembre 2016

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