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La guerra di Mario

Esce postumo il libro del professor Mirri, un racconto dell'Italia e della Resistenza fra storia e memoria

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guerra di mario copertinaUn racconto dell'Italia, della Guerra e della Resistenza fra storia e memoria, parliamo di un piccolo grande libro, "La guerra di Mario" (Laterza, 2018) di Mario Mirri, già professore emerito dell'Ateneo, scomparso nel maggio scorso. Il volume, che esce postumo, è stato curato da due allievi del professore, Franco Angiolini, docente del dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell'Università di Pisa, Saverio Russo, ordinario di Storia Moderna all'Università di Foggia. 

Di seguito una presentazione del libro a firma di Saverio Russo.

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Il volume è arrivato nelle librerie poche settimane dopo la scomparsa dell’Autore, avvenuta nel maggio scorso, all’età di 93 anni. Prende origine da una trentina di domande che David, figlio di un suo allievo, Stefano Villani, ora docente presso l’Università del Maryland, gli inviò nei primi mesi del 2015, per un compito, in forma di intervista sulla seconda guerra mondiale, per la classe di Social Studies della sua Middle School.

La trascrizione dell’intervista, sistemata una prima volta da Mirri, fu affidata nell’autunno del 2017 a Franco Angiolini e a me, suoi allievi più risalenti, perché la preparassimo per la stampa. Proprio in quei mesi veniva pubblicato su «Società e storia», rivista di cui era stato fondatore nel 1978, un dossier, contenente i testi presentati ad un’iniziativa di discussione organizzata presso la Scuola Normale nel 2015, in occasione dei suoi 90 anni, a partire da un suo lungo saggio su intellettuali, antifascismo e dopoguerra. Sulla rivista Mirri replicava agli interventi dei suoi interlocutori e, in alcune decine di pagine, ribadiva la necessità di «una discussione spregiudicata ed impegnata […] sul nostro passato, come condizione assolutamente necessaria a riconquistare concetti ed orientamenti nuovi ed adeguati ad affrontare questo vuoto culturale in cui oggi siamo finiti». La pubblicazione laterziana, con un taglio più dichiaratamente autobiografico e un target di lettori più ampio della rivista specialistica, si propone come una sorta di testamento civile, indirizzato ai «ragazzi di oggi».

“Quando e dove è nato? Com’era la vita sua e della sua famiglia prima della seconda guerra mondiale?” gli chiede David. Mirri ricostruisce con grande gusto narrativo la vita di un ragazzetto e di un adolescente, da Cortona, dove era nato, a Rifredi, a Bagnoli, a Porto Marghera, a Legnago e, infine, a Vicenza, dove frequentò il ginnasio superiore e il Liceo, sempre seguendo, con la famiglia, suo padre, direttore di stabilimento per la Montecatini. Si ha poi il racconto dell’antifascismo del padre, che ascoltava di nascosto Radio Londra, dello scoppio della guerra nel 1939, della partecipazione passiva, con la divisa da avanguardista, ad una manifestazione studentesca che chiedeva l’ingresso in guerra dell’Italia, e del rimprovero di un operaio che commenta: « Sono stati sempre gli studenti che ci hanno mandato a morire in guerra!». E infine la presa di coscienza piena del rifiuto della guerra fascista, l’adesione al Movimento Liberalsocialista di Capitini e, poco dopo, al Partito d’Azione, l’incontro con Luigi Meneghello, le prime attività clandestine, con la diffusione del giornale del partito, “Italia libera”. A partire dal giugno ’44, la partecipazione alla “guerra per bande”, narrata da Meneghello ne I piccoli maestri e poi nell’omonimo film di Luchetti, in cui Mario Mirri sarà “Marietto” (ma non mancherà di polemizzare con la rappresentazione letteraria che di quelle vicende diede Meneghello, nonché con il concetto di “guerra civile” proposto da un altro grande storico dell’Università di Pisa, Claudio Pavone). Arrestato a Padova nel marzo ’45 «per un banale errore» e rinchiuso a palazzo Giusti, sarà torturato dalla famigerata banda Carità.

Dopo la Liberazione, completerà gli studi universitari, laureandosi in Filosofia all’Università di Padova, continuando tuttavia l’attività politica nel PdA e poi in “Unità socialista”, fino alla fine del ’48. Nel gennaio dell’anno successivo, risulterà vincitore di un posto di perfezionamento presso la Scuola Normale, sotto la guida di Delio Cantimori. Comincerà così ad imparare “il mestiere di storico” cui ha appassionato centinaia di suoi allievi, non pochi dei quali insegnano o hanno insegnato nelle Università italiane e straniere.

Compagne fedeli della sua vita di studioso la penna stilografica e poi la biro, cui dedica l’ultimo sapido paragrafo. Incurante dei progressi delle tecniche scrittorie, ha continuato - fino a pochi giorni dalla sua morte - a scrivere con la penna i suoi saggi ed invita il suo giovane interlocutore a diffidare della presunta unidirezionalità dei processi tecnologici: «Le società di oggi, via Internet, si sono messe in una situazione in cui le probabilità che i giovani divengano “teste calde” sono estremamente diminuite».


Saverio Russo – Università di Foggia

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  • 24 settembre 2018

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