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Luciano Della Mea, un inquieto intellettuale nell’Italia del secondo Novecento

Il saluto introduttivo del rettore Paolo Mancarella al convegno di studi

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dellamea_copy.jpgOggi la Gipsoteca ospita il convegno di studi "Luciano Della Mea. Un inquieto intellettuale nell’Italia del secondo ’900", organizzato dalla Biblioteca Franco Serantini, in collaborazione con l'Università di Pisa, la Fondazione di studi storici “Filippo Turati” di Firenze e l'Istituto De Martino di Sesto Fiorentino.

Il convegno fa parte del programma "Pisa e il 68”, un ciclo di iniziative dedicate ad approfondire il contesto del '68, curate dall'Ateneo, il Comune di Pisa, la Biblioteca Franco Serantini, il Cinema Arsenale e la Scuola Normale Superiore.

Pubblichiamo di seguito il saluto introduttivo del rettore dell'Ateneo Paolo Mancarella.

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Porto volentieri il mio saluto a questa giornata di studio che ancora una volta attesta l’importante impegno della Biblioteca Franco Serantini nella valorizzazione e trasmissione della nostra memoria storica e nel ripensamento di materiali e di testimonianze da far vivere anche nelle nuove generazioni. Ci tengo a dire che la collaborazione fra l’Università di Pisa e questa istituzione si è rafforzata con le recenti iniziative sui 50 anni delle “Tesi della Sapienza” in febbraio, proprio qui alla Gipsoteca, che hanno annunciato una stagione di incontri e iniziative che avranno un momento centrale nel convegno sul 1968 organizzato a Pisa dall’Università in collaborazione con la Scuola Normale e altre istituzioni cittadine nella primavera 2018.

Non ho mai avuto il bene di conoscere Luciano Della Mea ma, naturalmente, ho avuto modo di entrare in rapporto con lui attraverso il suo lavoro e le testimonianze di suoi amici e compagni che collocavano la sua figura, con un’aura quasi leggendaria, come fratello maggiore di una generazione che, con un sussulto forte, ha cambiato molte cose in questo paese e che, a Pisa, ha avuto forse la prima scintilla e l’epicentro. Mi pare di aver capito che fosse una persona da maneggiare con delicatezza: per motivi apparentemente opposti era, mi dicono, ispido e fragile.
Sentii parlare di lui quando venni a Pisa, era il 1977, e un nuovo sussulto si stava preparando con altri, diversi e forse meno nobili padri.

La sua figura, anche nella fisiognomica, rendeva l’idea di quello che fu un cardine per la politica degli anni del nostro dopoguerra: l’intellettuale. Al contrario di altri, però, non fu mai organico a qualcosa, non ne trasse mai alcuna convenienza, ma seguì, con una propensione che coniugava curiosità e rispetto, le vite e i pensieri di coloro che, come lui, avevano iniziato la vita in salita forse per consentire anche a loro, i “Senzastoria”, un riscatto che lui era riuscito ad ottenere attraverso tante tormentate vicende e un lavoro costante e puntiglioso.

Emblematico di questo fu il suo impegno per Franco Serantini, il giovane anarchico ucciso inerme sui nostri lungarni. Una responsabilità che era già iniziata ben prima di quel tragico episodio e che gli aveva fatto accogliere il giovanissimo studente sardo orfano di affetti nella sua famiglia, per le gite al mare, per i pranzi della domenica, come se vedesse in lui un’immagine speculare di se stesso ragazzo.

Anche per questo, dopo l’omicidio, il suo mobilitarsi, assieme a quello di Umberto Terracini e Lelio Basso, per impedire che l’orrore fosse nascosto, come si tentò di fare, risultò decisivo.
Non voglio dilungarmi su aspetti ed episodi che certamente c’è chi tratterà con maggiore conoscenza e competenza di me.

Voglio solo rammentare qualcosa che, senza averne coscienza, mi aveva fatto incontrare il pensiero trasmesso da questo intellettuale inquieto prima del mio arrivo a Pisa. Furono le parole di una canzone, per me ragazzino milanese, ancor oggi indelebili. Ascoltate chissà in quale cantina da un tipo con gli occhiali spessi e una voce indecifrabile e affannata. Era un testo dialettale, sporco e politicamente scorretto, come si direbbe oggi, scritto e cantato – seppi poi – dal primo dei tanti fratelli minori di Luciano Della Mea, quello vero: Ivan. Una storia disperata di periferia dove si raccontava di un gatto ammazzato, “El me gatt” e che si concludeva con due versi: “L’è la giustissia che me fa tort/ Ninetta è viva ma el gatt l’è mort” (È la giustizia che mi fa torto/ Ninetta e viva ma il gatto è morto).

Sembra una via di mezzo tra un bilancio e un presagio, i fratelli Della Mea avevano e avrebbero incontrato molte volte i torti della giustizia: senza mai rassegnarsi, però.

Alla loro memoria un saluto grato.
A tutti voi un grazie e buon lavoro.

 

 

 

 

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  • 29 settembre 2017

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