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Intervento di Daniele Mazzei

Ricercatore senior di Informatica

 

Signor Presidente, Signora Ministra, Magnifico Rettore,

Il 30 aprile del 1986, dal CNR di Pisa, partì il primo collegamento Internet Italiano.

Io avevo poco meno di 4 anni, non avevo certo idea di cosa stesse accadendo e di come il mondo sarebbe cambiato di lì a poco.

Tuttavia, per qualche strano motivo, cominciai a dire in giro che da grande avrei fatto “l’uomo dei computer”!

Così, finite le scuole superiori sono venuto a Pisa e mi sono iscritto a Ingegneria Biomedica, perché dentro di me ho sempre sentito il bisogno di lavorare a qualcosa di tecnologico ma che al contempo fosse vicino all’uomo…

Ho avuto la fortuna di entrare nei laboratori del Centro di ricerca Enrico Piaggio quando ero ancora uno studente della triennale e ho iniziato a costruire “bioreattori”, delle macchine che consentono di coltivare cellule umane e animali in vitro simulando le condizioni fisiologiche di un organismo, permettendo quindi ai ricercatori di testare farmaci e terapie in vitro, riducendo notevolmente il numero di cavie animali necessarie per la sperimentazione.

Mi sono poi avvicinato al mondo della robotica e anche in questo caso ho puntato sulla robotica destinata all’interazione con l’uomo, la robotica sociale.

Ho lavorato al robot FACE, sviluppando insieme ad altri colleghi un sistema di intelligenza artificiale che gli consente di riprodurre espressioni facciali ispirate a quelle umane e di “provare emozioni” (se così si può dire per un robot).

Grazie a queste peculiarità, FACE è stato definito come uno dei robot sociali più “espressivi” mai costruiti.

Alla fine, ho lasciato ingegneria e sono diventato veramente “l’uomo dei computer”… oggi sono un ricercatore di informatica e mi occupo di quella che in Accademia chiamiamo “Interazione uomo macchina”.

L’interazione uomo macchina è lo studio delle relazioni che si stabiliscono fra umani e sistemi tecnologici quali computer, cellulari, oggetti smart, siti web etc.

Studiare queste relazioni ci consente di progettare sistemi migliori, più facili da usare e quindi più utili per gli utenti finali.

Lo studio dell’interazione uomo macchina è importante perché da quando 34 anni fa abbiamo mandato quel primo messaggio Internet, è partita una corsa al progresso tecnologico con un impianto fortemente tecnocentrico.

Abbiamo sviluppato tecnologia con l’unico obiettivo di migliorarne le prestazioni e superare così la versione precedente…Una sorta di corsa contro il tempo e contro noi stessi…

Questo atteggiamento unidirezionale ha portato ad una sorta di dittatura del progresso che non avendo tempo per fermarsi ad aspettare gli utenti li ha lasciati indietro creando così uno scollamento fra il mondo tecnologico e quello reale, quello delle persone.

La verità è che purtroppo noi scienziati, tecnici e ricercatori non abbiamo mai dedicato abbastanza tempo a rendere la tecnologia usabile e quindi usata e compresa dagli utenti.

Ci siamo sempre accontentati di inventarla, di scoprirla.

E’ per questo motivo che oggi sui giornali leggiamo che “i robot toglieranno il lavoro agli umani” e che “l’intelligenza artificiale penserà al posto delle persone rendendoci tutti degli schiavi”. Queste aberrazioni sono dovute ad una percezione distorta della realtà tecnologica e di questo un po’ abbiamo colpa anche noi scienziati.

Lo studio dell’interazione fra uomo e macchina ci porta invece a trattare la tecnologia non come obbiettivo ma come mezzo. Un mezzo utile per migliorare la vita delle persone.

E’ quindi necessario cambiare il modo in cui si pensa e si progetta la tecnologia ,mettendo l’uomo e quindi l’utente al centro del processo di ricerca e sviluppo.

Questo è ciò che chiamiamo Design Antropocentrico ed è al centro di un nuovo modello di sviluppo tecnologico definito dalla Comunità Europea come Industria 5.0.

L'obiettivo del paradigma industria 5.0 è infatti quello di sviluppare tecnologia per migliorare la vita delle persone, ridurre le emissioni inquinanti e dare vita a processi industriali e modelli di business sostenibili che sfruttino le nuove tecnologie.

I robot industriali 5.0 devono quindi collaborare con le persone diventando co- bot.

L’intelligenza artificiale deve essere progettata per coadiuvare la mente umana nella risoluzione di problemi complessi, non per sostituirla.

Ma soprattutto, un approccio antropocentrico allo sviluppo tecnologico prevede che la tecnologia sia accessibile a tutti, e quindi, anche ai più deboli, agli anziani, ai diversamente abili e a tutte quelle categorie che tipicamente con l’approccio tecnocentrico sono considerate come “fuori standard” e quindi per loro l’unica soluzione è costruire soluzioni “speciali”.

In qualche modo possiamo dire che il design antropocentrico punta a umanizzare la tecnologia!

Per fare questo però, non basta cambiare solamente il punto di vista dei ricercatori e degli addetti ai lavori, è necessario a mio parere, mettere in discussione l’intero impianto del sistema della ricerca.

Una ricerca antropocentrica non può essere organizzata in silos verticali incapaci di comunicare fra loro. Nel design antropocentrico, informatica, psicologia e neuroscienze sono elementi indispensabili, ma in Accademia queste discipline sono spesso molto distanti.

Una tecnologia antropocentrica è per definizione interdisciplinare.

E’ necessario quindi andare oltre la rigida settorialità delle discipline scientifiche ed è necessario puntare sulla compenetrazione fra le scienze, e le tecniche.

Inoltre, non basta più limitarsi ad “inventare una nuova soluzione”,  è necessario far sì che questa soluzione venga effettivamente adottata e utilizzata dalla società e che quindi esca dai laboratori di ricerca e approdi nel mondo reale attraverso il mercato.

Per fare questo è fondamentale investire nel trasferimento tecnologico, quello che noi accademici chiamiamo “terza missione”, ma purtroppo, negli ultimi anni, il trasferimento tecnologico è stato visto come una sorta di optional della ricerca.

Non dobbiamo dimenticare infatti, che l'università ha il dovere di contribuire alla crescita del paese e per fare questo deve occuparsi anche di garantire che il risultato del proprio lavoro si trasferisca agli altri settori produttivi.

Il PNRR è un’opportunità imperdibile, abbiamo finalmente la possibilità concreta di cambiare la traiettoria del Paese e riportare l’Italia fra i grandi del mondo. Per fare questo dobbiamo però avere il coraggio di andare oltre le briglie che da troppo tempo ingessano il nostro sistema accademico e rilanciare il dialogo fra imprese e Università che negli ultimi anni si è pericolosamente indebolito.

Ultima modifica: Lun 18 Ott 2021 - 08:52

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