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Si è svolta il 19 e 20 ottobre nell’aula magna del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Agro-ambientali, l’International conference su “Sustainable development and climate change: 30 years after the HC degree in agricultural sciences to Lester Russell Brown”. Il 14 febbraio 1991 l’Università di Pisa conferì la Laurea Honoris Causa in Scienze Agrarie al Dottor Lester Russell Brown, agronomo americano, per la sua rivoluzionaria (potremmo dire ‘visionaria’) attività di ricerca sui problemi derivanti dall’interazione tra i processi ambientali e quelli socio-economici. A 30 anni di distanza (+ 1 a causa della pandemia), prestigiosi studiosi non solo europei ma anche di oltre oceano si sono di nuovo radunati a Pisa per fare il punto sui risultati scientifici ottenuti in ambito internazionale sullo sviluppo sostenibile. L’evento è stato fruibile anche da remoto sul canale youtube dell’ateneo. L’iniziativa ha usufruito del contributo finanziario del MIPAAF.

 

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Il convegno al Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Agro-ambientali

Il primo giorno (19 ottobre 2022) ha visto un ciclo di relazioni sui vari aspetti della sostenibilità tenute da prestigiosi relatori internazionali e moderato dal prof. Piergiorgio Odifreddi. Dopo l’apertura dei lavori da parte del Direttore del Dipartimento, prof. Marcello Mele, che ha anche presentato il nuovo corso di laurea magistrale in “Sistemi agricoli sostenibili”, sono intervenuti Amedeo Alpi, vicepresidente dell’Accademia dei Georgofili (e amico personale di Lester Brown), Jessica Duncan del Rural Sociology Group, Wageningen University (Paesi Bassi), Anne Mottet responsabile dello sviluppo zootecnico presso la FAO, John Couture, ecofisiologo della Purdue University in Indiana, Giuseppe Pulina, docente di Zootecnica dell’Università di Sassari e Michele Morgante, ordinario di Genetica all’Università di Udine. Giacomo Lorenzini dell’Università di Pisa, all’epoca giovane ricercatore, ha ricordato e commentato alcuni momenti salienti delle celebrazioni del 1991.

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Il moderatore del convegno, Piergiorgio Odifreddi

Il secondo giorno (20 ottobre 2022) i giovani ricercatori del Dipartimento hanno presentato i risultati delle loro ricerche su diversi aspetti della sostenibilità. I contributi saranno inseriti in uno special issue di una rivista specializzata. Per l’occasione è stata allestita una mostra di una collezione temporanea unica, costituita da 42 opere di Lester Brown presenti su tutto il territorio nazionale individuate, rintracciate e radunate presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Agro-ambientali.

La collezione delle 42 opere di Lester Brown

Per citare una celebre frase di Lester Brown, “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti”; è il momento di agire adesso per consentire a chi ci seguirà di vivere in un mondo accettabile e sicuro. Il convegno è stata quindi una preziosa occasione per comprendere come è opportuno indirizzare ricerca scientifica e comportamenti quotidiani verso la sostenibilità.

Silvia Pampana
Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell'Università di Pisa

elisa_giuliani.jpgCapire come le imprese, soprattutto le grandi imprese incluse le multinazionali, siano in grado di incidere e influenzare i processi democratici. E’ questo l’obiettivo di REBALANCE, un nuovo progetto europeo coordinato dall’Università di Pisa e finanziato con 2,6 milioni di euro, 600.000 dei quali destinati solo all’Ateneo pisano.

“L’attenzione dell’UE verso questi temi rispecchia una preoccupazione sul destino delle democrazie, comprese quelle europee, minate da fenomeni quali la scarsa partecipazione al voto o il populismo emergente di partiti e governi”, spiega Elisa Giuliani (foto), professoressa del Dipartimento di Economia e Management dell’Ateneo pisano e responsabile di REBALANCE.

Una parte del progetto sarà infatti orientata a capire come nelle democrazie più avanzate, le imprese possano influenzare le decisioni di politica economica, energetica e industriale, ma anche minacciare i diritti delle comunità sociali che gravitano intorno ad esse. E ci sono esempi in tale senso anche molto vicino a noi.

“In Italia abbiamo casi eclatanti come quello dell’Ilva di Taranto le cui emissioni tossiche sono state dimostrate da numerosi studi, così come è stato provato il nesso causale tra emissioni e il danno alla salute della popolazione locale - continua Elisa Giuliani - Questo è solo uno dei numerosi casi dove il perdurare di situazioni di violazione dei diritti da parte di una impresa, non solo va a danneggiare il godimento di diritti importanti come quello alla vita o alla salute, ma va anche a minare il tessuto sociale e a ridurre la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nei valori fondanti dei sistemi democratici”.

“Per questo - sottolinea Giuliani - è fondamentale capire come, quando e perché le imprese possano rappresentare un pericolo per le democrazie e per questo creeremo un osservatorio permanente su questi temi che tra le sue funzioni avrà anche quella di diventare un incubatore di imprese sociali portatrici di democrazia”.

Una parte del progetto studierà infatti anche l’emergere di nuove forme di impresa che siano invece in grado di rafforzare i principi democratici, contribuendo positivamente alla società, all’ambiente e al pieno godimento dei diritti. Ne sono un esempio le imprese sociali. In questo caso l'idea non è più quella del mercato che seleziona le imprese più efficienti e con più performance economiche, ma quella di imprese che hanno modelli di business trasformativi che generano valore sociale ed ambientale oltre che economico, spostando l’attenzione dal profitto degli azionisti al benessere di tutti.

Il progetto REBALANCE (Rebalancing disruptivE Business of multinAtional corporation and gLobal value chAins within democratic and iNClusive citizenship processes) partito ufficialmente ad ottobre 2022 durerà tre anni. Il consorzio internazionale coordinato dall’Università di Pisa comprende sette partner: l’Università Ca’ Foscari di Venezia, l’Università di Stoccolma, la Hertie School di Berlino, l’Università Wageningen in Olanda, l’Università di Bath nel Regno Unito, la Yaroslav Mudryi National Law University di Kharkiv (Ucraina) e la ONG Source International. Il team dell’Ateneo pisano attualmente comprende la professoressa Elisa Giuliani e le dottoresse Federica Nieri del REMARC, Dipartimento di Economia e Management e Verdiana Morreale, dottoranda del Dottorato Nazionale in Sviluppo Sostenibile e Cambiamento Climatico. Nell’ambito del progetto verranno a breve bandite quattro nuove posizioni per giovani ricercatori e ricercatrici.

Abbonamenti urbani dell’autobus a tariffe agevolate per gli studenti iscritti all’Università di Pisa. E’ quanto prevede lo schema di convenzione tra Comune di Pisa, Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario, Università di Pisa ed Autolinee Toscane Spa, approvato dal Consiglio di Amministrazione dell'Ateneo il 23 settembre scorso dopo l'approvazione avvenuta in Giunta comunale. Le nuove tariffe saranno operative dopo la firma dell’accordo da parte di tutti gli enti e trascorsi i tempi tecnici necessari per l’attivazione del servizio informatico di acquisto degli abbonamenti. La convenzione avrà validità fino al 31 luglio 2023 con possibilità di rinnovo per il successivo anno accademico.

L’abbonamento mensile ordinario per la tratta urbana ha un costo di 35 euro. La convenzione prevede per gli studenti un prezzo di acquisto agevolato di 16 euro per chi ha un ISEE TPL inferiore ai 36.151,28 euro (link della Regione Toscana per ottenere l’agevolazione), sempre di 16 euro per gli studenti residenti fuori Toscana, con un Isee Universitario (ISEEU) inferiore alla soglia di 36.001, e di 22 euro per gli altri studenti.

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Per godere dell’agevolazione ciascun studente dovrà accedere al sito internet www-at-bus.it e registrarsi nella sezione “Acquista” richiedendo l’agevolazione “Studente”. Gli Studenti in possesso di reddito familiare ISEE inferiore ad 36.151,98 euro dovranno richiedere l’agevolazione “Studente ISEE” caricando il proprio tagliando ISEE TPL. Una volta registrato, lo studente potrà acquistare tramite sito web il titolo, usufruendo delle tariffe agevolate previste dalla convenzione. Gli Studenti residenti fuori Regione Toscana, in possesso di ISEE Universitario inferiore a 36.001 euro dovranno richiedere l’agevolazione “Studente residente fuori Toscana ISEEU”. Una volta registrato, lo studente potrà acquistare tramite sito web il titolo, usufruendo delle tariffe agevolate previste dalla convenzione. L’Università di Pisa invierà ad Autolinee Toscane Spa gli elenchi aggiornati di tutti gli aventi diritto all’acquisto dell’abbonamento ridotto e di tutti gli studenti residenti fuori toscana con ISEEU inferiore alla soglia minima per l’ulteriore agevolazione.

A fronte dell’agevolazione tariffaria, il Comune di Pisa, l’Università di Pisa e l’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario corrisponderanno ad Autolinee Toscana Spa, a titolo di mancati ricavi, per ciascun abbonamento acquistato dagli studenti, la differenza fra il valore nominale dell’abbonamento mensile (ordinario/ISEEU 35 euro o ISEE 28 euro) e il prezzo pagato dagli studenti, fino ad un massimo di 146.300 euro.

Mensilmente Autolinee Toscane Spa riepilogherà il totale dei titoli venduti, emettendo fattura nei confronti dei tre Enti sulla base del numero di abbonamenti acquistati dagli studenti e addebitando ad ognuno il mancato ricavo con la seguente proporzione: Università di Pisa 42,5%; Azienda Regionale per il Diritto allo Studio 42,5%; Comune di Pisa 15%.

Si cibano degli insetti impollinatori, ma a differenza dei loro simili non tessono le tele, piuttosto si mimetizzano sui fiori prendendone il colore per sorprendere e catturare le prede con chele grandi e robuste. Sono i “ragni granchio”, piccoli araneidi che come rivela uno studio dell’Università di Pisa pubblicato sulla rivista “Ecological Indicators”, hanno un ruolo fondamentale come indicatori e custodi della biodiversità vegetale.

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Ragno granchio che ha appena catturato un apoideo


“Molti organismi, appartenenti sia al regno vegetale che animale, sono spesso privi di una nota importanza nei vari ecosistemi sia naturali che antropizzati – spiega Stefano Benvenuti docente dell’Ateneo pisano e autore dello studio - i ragni granchio ne sono un chiaro esempio dal momento che essi sfuggono spesso alla vista degli osservatori risultando così trascurati nella valutazione della biodiversità di un determinato ecosistema”.

La presenza di questi predatori è dunque un indice della complessità di un ecosistema e la loro specifica funzione sembra quella di contenere la prolificità delle specie di fiori dominanti. La loro predazione degli impollinatori che visitano i fiori limita infatti il trasferimento del polline e la relativa formazione di seme lasciando così “spazi ecologici” alle specie meno abbondanti.

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Ragno granchio che ha appena catturato un bombo appostato nelle vicinanze dei fiori

Teatro della sperimentazione sono state le cosiddette “wildflower strips”, strisce di fiori ai margini delle colture allestite al Centro di Ricerche Agro-Ambientali “Enrico Avanzi dell’Università di Pisa. Seguendo le suggestioni del famoso scienziato James Lovelock sull’autoregolazione dell’intera biosfera, è emerso che anche questi micro-ecosistemi funzionano con la stessa logica di Gaia secondo la quale tutta la biodiversità ha un ruolo cruciale nel mantenere l’equilibrio degli ecosistemi. La creazione di queste “wildflower strips” ha così portato alla formazione di una piramide alimentare, costituita dai fiori selvatici alla base (produttori), dagli impollinatori al centro (consumatori) e dai ragni granchio all’apice (predatori).

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Ragno granchio, mimetizzato con la parte centrale dell’infiorescenza, che ha appena catturato un dittero


“Dal momento che gli agroecosistemi sono notoriamente carenti di biodiversità – conclude Benvenuti - i ragni granchio sono quindi un valido indicatore della complessità biologica di un determinato ambiente, assumendo inoltre il ruolo ecologico di “custodi” della biodiversità. In pratica ogni organismo, anche se apparentemente insignificante, può avere un ruolo cruciale nel mantenimento della biodiversità e dell’equilibrio dinamico degli ecosistemi”.

 

PISA, 13 settembre - Andare verso un’agricoltura più “verde”, che non utilizzi fertilizzanti di sintesi ed erbicidi - come il glifosate, il più diffuso al mondo - senza compromettere le rese delle colture, appare una strada percorribile. La conferma arriva da uno studio triennale coordinato dal Centro di ricerca in Scienze delle Piante della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Agronomy for Sustainable Development”, che rientra nella top 2% delle riviste di Agronomia. A conclusione di una ricerca triennale condotta in campo, il team della Scuola Superiore Sant'Anna e dell’Università di Pisa ha valutato gli effetti della semina su terreno sodo (non lavorato) del girasole, in presenza dei residui di una coltura di copertura di veccia, pianta erbacea comune nei prati, coltivata come foraggio, dai fiori viola.

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La copertura di veccia ha protetto il suolo, ha ridotto la presenza di malerbe e ha fornito azoto al girasole, contribuendo alla sua crescita sana e rigogliosa. Nel caso della veccia devitalizzata in piena fioritura utilizzando il solo “roller crimper” (si tratta di un attrezzo che comprime ma non taglia alla base le piante, facendole appassire mentre sono ancorate al suolo) e senza fare uso di glifosate, le piante infestanti del girasole sono state controllate del tutto e la coltura ha dato risultati produttivi ed economici paragonabili, se non superiori, rispetto alla tradizionale tecnica che combina l’uso del “roller crimper” con quello del glifosate.

Gli agricoltori tendevano a considerare il glifosate indispensabile per controllare la flora infestante, soprattutto in agricoltura conservativa, che prevede la semina delle colture direttamente sulle stoppie della coltura precedente. Nei tre anni della loro ricerca, il team ha costruito un “sistema” per potenziare al massimo i servizi forniti spontaneamente dalla natura, introducendo alcune innovazioni. Ad esempio, alla coltura di copertura della veccia sono state affiancate diverse modalità di devitalizzazione con il “roller crimper”, sono state testate date diverse per la semina del girasole, così da modulare sia la sensibilità della veccia a essere devitalizzata dal “roller crimper”, sia la quantità di biomassa prodotta. La conseguenza di questa procedura è stata l’arrivo all’ottimale controllo della flora infestante. Ma, per confermare la possibilità di fare a meno del glifosate, il team ha messo a confronto rese e remuneratività economica dei diversi sistemi di coltura, dimostrando come, in questo caso, si potesse fare a meno di questo erbicida.

“Dal 1996, anno da cui in gran parte del mondo (Europa esclusa) sono coltivate varietà di soia, mais, cotone, colza, barbabietola ed erba medica geneticamente modificate in grado di tollerarlo – commenta Paolo Bàrberi, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee della Scuola Superiore Sant'Anna - le quantità di glifosate utilizzate a livello globale sono aumentate di 15 volte. Numerose evidenze scientifiche indicano che il glifosate e i suoi prodotti di degradazione non sono così innocui come sembravano. Residui di queste sostanze vengono costantemente ritrovati nel suolo, nelle acque, nei sedimenti e nella catena trofica. Negli USA e in Europa fino all’80 per cento delle persone e degli animali allevati hanno residui di glifosate nelle urine, e l’erbicida è stato inserito dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come sostanza sospettata di causare tumori”.

“Alla fine del 2022 l’Unione Europea – prosegue Paolo Bàrberi - dovrà decidere sul rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosate, ma è già evidente che si andrà verso una sua progressiva restrizione; alcune regioni, Toscana inclusa, si sono già espresse in questo senso. Pertanto, c’è urgente richiesta di soluzioni valide, dal punto di vista tecnico ed economico, che permettano di svincolarsi dall’uso di questo erbicida. La nostra ricerca – conclude Paolo Bàrberi - si inserisce in questo contesto e aveva l’obiettivo di dimostrare che è possibile sviluppare sistemi colturali efficienti a basso o nullo impiego di glifosate attraverso un uso razionale della biodiversità coltivata”.

“I risultati del nostro studio - sottolinea Daniele Antichi, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee dell’Università di Pisa - possono essere di grande impatto anche per l’agricoltura biologica, un sistema agricolo fortemente supportato a livello europeo e che fa della rinuncia all’impiego di agrofarmaci di sintesi uno degli elementi portanti. Questo mette ancor più in evidenza la crucialità delle tecniche agroecologiche, nel panorama attuale del settore, tecniche sulle quali da più di un decennio i nostri team collaborano proficuamente a livello di ricerca e sviluppo insieme agli agricoltori del territorio”.

 

Il 9 e 10 settembre al Palazzo della Sapienza dell’Università di Pisa si svolgerà in primo convegno nazionale di RUniPace, la Rete delle Università italiane per la pace (www.runipace.org), con la partecipazione dei/delle referenti dei 67 Atenei aderenti alla Rete.

L’inaugurazione alle 11 è affidata agli interventi del Rettore di Pisa Paolo Mancarella e di quello di Brescia Maurizio Tira, promotori della Rete, nata come iniziativa CRUI. Seguirà un bilancio delle attività con la presentazione di un complesso lavoro di mappatura condotto in questi anni che ha fatto emergere – a livello nazionale - competenze preziose, ricerche, progetti sul tema del conflitto e della costruzione della pace con mezzi pacifici. A conclusione ci sarà l’elezione degli organi e la costituzione di tavoli di lavoro.

 

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"In uno dei momenti più drammatici degli ultimi settant'anni Pisa diviene, per due giorni, la capitale dei costruttori di Pace - commenta il Rettore dell'Università di Pisa, Paolo Mancarella - Con questo primo convegno nazionale della Rete delle Università per la Pace inizia, infatti, un lavoro che, nelle nostre intenzioni, deve cambiare radicalmente il nostro modo di gestire la conflittualità umana, conducendoci ad un rifiuto totale della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. In questo le Università possono fare veramente la differenza, grazie al loro ruolo sociale e all’impatto positivo che la loro azione può avere sulla società. La Rete nasce proprio per questo".

"Le reti tematiche delle Università - sottolinea il rettore dell'Università degli studi di Brescia, Maurizio Tira - sono il segno della collaborazione e unità di intenti sui valori fondamentali, già scritti nella Magna Charta Universitatum. La pace è valore fondante la convivenza civile, che nelle nostre comunità universitarie sperimentiamo ogni giorno e cerchiamo di costruire attraverso la didattica, la ricerca transdisciplinare e le attività di impegno nel territorio".

“La scelta coraggiosa che l’Università di Pisa ha fatto già nel 1998 con l’istituzione del Cisp e poi nel 2001 con la creazione dei corsi di laurea in Scienze per la Pace, si proietta sul piano nazionale – dice la professoressa Enza Pellecchia dell’Ateneo pisano coordinatrice RUniPace - Ora, nel contesto drammatico che la comunità umana sta vivendo, in un momento in cui la parola “pace” non viene neanche più pronunciata tanto sembra utopistca, l’attività di RUniPace è più che mai importante, come assunzione di responsabilità delle Università italiane nell’opera cruciale di costruzione della pace con mezzi pacifici, attraverso la ricerca, la didattica e la terza missione”.

 

 

Le migliori prospettive di carriera accademica per le donne all’Università di Pisa sembrano essere al dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, tre sono poi i dipartimenti dove le opportunità sono uguali (Scienze Politiche, quello Patologia chirurgica, medica, molecolare e dell'area critica, e Chimica), quattro dove prevalgono moderatamente le opportunità di carriera degli uomini (Biologia, Ingegneria civile e delle costruzioni, Economia e Management, e Farmacia), mentre negli altri dodici emerge una netta prevalenza delle prospettive per gli uomini. È questo uno dei dati che emerge dal nuovo Bilancio di Genere 2021 dell’Università di Pisa disponibile sul sito del Comitato Unico di Garanzia.

“Sulla base del Glass Ceiling Index (l’indice del soffitto di cristallo), che indica la probabilità delle donne di raggiungere posizioni apicali, emerge effettivamente una “classifica” dei Dipartimenti, e tuttavia dietro ai numeri ci sono realtà complesse – commenta la professoressa Nadia Pisanti dell’Università di Pisa che ha diretto il gruppo di lavoro che ha redatto il Bilancio di Genere - Per esempio, tra i due Dipartimenti agli estremi della “classifica”, ne abbiamo uno che di donne ne ha molte, ma poche in posizioni apicali, e l’altro che ne ha poche in assoluto e che dunque coi numeri piccoli altera la significatività dell’indice. I dati devono essere analizzati con attenzione per capire come e dove agire per correggere le criticità: il bilancio di genere serve appunto a questo”.

“Occorre imprimere un’accelerazione significativa a quel percorso di cambiamento culturale che l'Università di Pisa ha intrapreso ormai da tempo e volto alla creazione, all'interno della nostra comunità, di un reale equilibrio di genere – dice il Rettore dell’Università di Pisa Paolo Mancarella - L’analisi approfondita dei nostri venti dipartimenti, ad esempio, evidenzia come la situazione, sul fronte del rapporto genere/carriera, seppur migliorata sensibilmente dal 2017 ad oggi, rimanga sempre "meno virtuosa" rispetto a quello che è il trend nazionale. E questo sia per quanto riguarda il personale docente che quello tecnico-amministrativo”.

 

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Oltre all’analisi delle carriere, l’edizione 2021 del bilancio ha preso in esame anche altri focus: la valutazione del lavoro a distanza durante l’emergenza Covid-19, il monitoraggio dell’attuazione del Piano di Azioni Positive 2018-2020, e l’uso o meno di un linguaggio di genere nei documenti ufficiali dell’Ateneo. In particolare, per quanto riguarda il primo punto, sono riportati i risultati di un sondaggio che ha coinvolto il personale docente e tecnico-amministrativo. Dalle risposte sono emersi fra gli aspetti positivi del lavoro a distanza il risparmio di tempo e costi per gli spostamenti e fra i negativi la perdita di socialità e, per i docenti, del rapporto con gli studenti, mentre in generale è risultato un incremento generale dei carichi di lavoro per le donne. Per quanto riguarda infine il linguaggio di genere, nei principali documenti di Ateneo domina l’uso del neutro maschile inclusivo con una saltuaria rappresentazione dei generi ad eccezione del Piano di Azioni Positive 2018/2020, dove è stato utilizzato il “femminile inclusivo”, e del Bilancio di Genere 2020.

Il Bilancio di genere 2021 è stato redatto da un gruppo di lavoro presieduto dalla professoressa Pisanti e composto dai professori Arturo Marzano, Mauro Sylos Labini, dalla professoressa Lucia Pallottino, dal signor Giovanni Antonio Pasqualini per la componente studentesca, dal dottor Francesco Giorgelli e le dottoresse Alessandra La Spina e Francesca Paola Magagnini per il personale tecnico a amministrativo, e dalla dottoressa Francesca Pecori, borsista del CUG, alla quale va un particolare ringraziamento per il suo fondamentale contributo.

“Coi Bilanci di Genere degli ultimi anni e col GEP approvato nel 2021 – conclude Nadia Pisanti - l’Ateneo ha gettato le basi per un percorso virtuoso che deve proseguire e maturare: è una delle importanti sfide che attendono il nuovo Rettore che eleggeremo a breve”.

Scheda_AQUALITY_Impianto_Oriz.jpgQuesta estate sono stati quattro erogatori di acqua potabile al Polo Biennio di Ingegneria, al Polo Etruria, al Polo Porta Nuova e al Dipartimento di Scienze della Terra.

Gli apparecchi a disposizione di studenti e personale sono allacciati alla rete idrica pubblica e gratuitamente distribuiscono l’acqua potabile dopo averla trattata con un sistema di filtri a carboni attivi, che riduce il cloro residuo e gli eventuali odori sgradevoli lasciando inalterato il contenuto dei sali minerali.

Continua così l’impegno dell’Ateneo per contribuire alla riduzione del consumo di plastica usa e getta. I nuovi erogatori vanno a sommarsi ai nove già presenti al Polo Piagge, al Polo Fibonacci, al Polo San Rossore 1938, all'Orto Botanico e al Museo di Calci.

Dal 1° settembre, studenti e lavoratori con reddito non superiore ai 35mila euro potranno richiedere il Bonus trasporti. L'agevolazione, introdotta dal governo con il Decreto aiuti, può essere usata per l’acquisto di abbonamenti per i servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale e per i servizi di trasporto ferroviario nazionale ad esclusione dei servizi di prima classe, executive, business e delle fasce più alte del trasporto ferroviario.

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Ecco nel dettaglio chi può fare domanda e come.

Il bonus può essere richiesto ed ottenuto dalle persone fisiche, studenti e lavoratori, che nell’anno 2021 hanno conseguito un reddito complessivo non superiore a 35.000 euro. L’agevolazione spetta anche ai minori fiscalmente a carico: in questo caso la domanda deve essere presentata dal genitore.

La domanda per ottenere il bonus trasporti va inviata dal 1 settembre al 31 dicembre 2022 tramite il portale dedicato bonustrasporti.lavoro.gov.it del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Il bonus è disponibile fino all’esaurimento delle risorse: bisogna, quindi, affrettarsi nell’invio della domanda. Per accedere al portale è necessario essere in possesso di Spid o Cie o Cns. Sarà, poi, il Ministero a controllare le domande tramite i dati reddituali ottenuti dall’Agenzia delle Entrate.

Il buono ha un valore massimo di 60 euro e, al momento della domanda, bisognerà indicare il gestore del servizio di trasporto pubblico che si vuole scegliere tra un elenco già predisposto dal ministero.Il buono è valido per l’acquisto dell’abbonamento, annuale o mensile, entro la fine dell’anno. È personale e non cedibile. Lo sconto è applicato poi direttamente dal rivenditore dell’abbonamento: in caso di esito positivo sarà generato un voucher da presentare entro un mese in una delle biglietterie che erogano gli abbonamenti. Il finanziamento totale previsto per questa misura è di 180 milioni di euro per il 2022.

Per ulteriori informazioni: FAQ sul sito del Ministero

La transizione ecologica in agricoltura passa dal neonato Centro Nazionale di Ricerca per le Tecnologie dell’Agricoltura – Agritech che vede l’Università di Pisa fra i soci fondatori. Finanziato con la cifra record di 350 milioni (320 dei quali sui fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), il progetto ha come capofila l’Università di Napoli Federico II e coinvolge in tutta Italia ventotto atenei, cinque centri di ricerca e diciotto imprese.
L’Ateneo pisano è al lavoro su due dei nove nodi di ricerca in cui si articola il Centro, per progettare allevamenti e filiere agroalimentari smart e rendere le produzioni sostenibili e certificarne la qualità.

 

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“Grazie a un approccio multidisciplinare svilupperemo sensori e altri sistemi di rilevamento a distanza per migliorare il benessere animale e mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici sugli allevamenti”, spiega il professore Marcello Mele dell’Università di Pisa coordinatore delle attività insieme al collega Gianluca Brunori.
“Anche per quanto riguarda le filiere agroalimentari – continua Mele - l’applicazione di tecnologie digitali e di metodologie di calcolo avanzate, consentiranno di tracciare le caratteristiche qualitative dei prodotti e il loro impatto sull’ambiente, a beneficio di aziende, sistemi produttivi e consumatori”.

L’Università di Pisa è impegnata in Agritech con il Centro di Ricerche Agro-ambientali “Enrico Avanzi” e otto dipartimenti: Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali, Ingegneria dell’Informazione, Informatica, Scienze Veterinarie, Fisica, Farmacia, Scienze Politiche, Giurisprudenza.

Il Centro Nazionale per le Tecnologie dell’Agricoltura, presentato ufficialmente a Napoli a giugno, vuole essere una risposta concreta ai bisogni di crescita di un settore chiave per l’economia che pesa notevolmente sul PIL italiano e su quello regionale. Agritech prevede l’applicazione di tecnologie per l’agricoltura perseguendo cinque obiettivi principali: resilienza, basso impatto, circolarità, recupero e tracciabilità. Il Centro sarà strutturato secondo l’impostazione Hub&Spoke, con un coordinamento a Napoli e nove nodi di ricerca equamente distribuiti tra il Nord, il Sud e il Centro Italia, in linea con il principio di riduzione dei divari alla base del programma Pnrr.

A livello nazionale i partner coinvolti sono: il Consiglio Nazionale Ricerche, Università degli Studi di Bari, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, Università degli Studi di Milano, Università di Napoli Federico II, Università di Padova, Università di Siena, Università degli Studi di Torino, Università degli Studi della Tuscia, Centro Euro-Med sui Cambiamenti Climatici, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria, New Technologies, Energy and Sustainable Economic Development, Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (Trento), Politecnico di Milano, Politecnico di Torino, Scuola Superiore Sant’Anna, Università degli Studi della Basilicata, Università di Bolzano, Università Campus Bio-Medico di Roma, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università di Catania, Università di Foggia, Università di Firenze, Università degli Studi di Genova, Università di Perugia, Università di Parma, Università di Pisa, Università di Reggio Calabria, Sapienza Università di Roma, Università di Salerno, Università di Sassari, Università di Udine, Università delle Marche, Antares Vision, Consorzi Agrari d’Italia, Gruppo Casillo, CNH Industrial, De Matteis Agroalimentare, e-geos S.p.A., Engineering, Eni, Graded, IBF Servizi, Irritec, Relatech, Società Sementi Italiana, Telespazio, IBF Servizi, Fondazione Cassa Depositi e Prestiti, Intesa San Paolo e Nestlé.

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