A un anno dalla morte di Ramy Elgaml durante un inseguimento dei carabinieri a Milano ripropongo alcune riflessioni che ho scritto in “”Né Oriente né Occidente. Vivere in un mondo nuovo” (Il Mulino, 2025) nel paragrafo “Maranza: narrazioni di mascolinità ai margini” (pp.98-102).
“La storia di Ramy Elgaml non sembra molto diversa dalla storia di Nahel Merzouk (17 anni), francese di origine marocchina e algerina, ucciso a Nanterre in Francia il 27 giugno 2023 da un poliziotto a un posto di blocco, e la cui morte infiammò per giorni le periferie francesi. Migliaia di giovani scesero in piazza contro la violenza della polizia e le discriminazioni razziali nel paese. Ma non sembra neanche troppo distante da quelle di Davide Bifolco (16 anni) ucciso a Napoli la notte tra il 4 e il 5 settembre 2014 da un carabiniere, al termine di un inseguimento cominciato per un grossolano scambio di persona, e da quella di Ugo Russo (15 anni) ucciso sempre a Napoli il 1° marzo 2020 da un carabiniere in borghese dopo che il ragazzo aveva provato a rapinarlo con una pistola giocattolo.
Si tratta sempre di giovani e giovanissimi che, sebbene avessero origini diverse e vivessero in città diverse, hanno in comune una posizione di marginalità e vulnerabilità rispetto allo stato, da cui non si sentono né rappresentati né protetti, esclusi da un progetto condiviso di società. Da quando sono piccoli vivono ai margini della nazione di cui sono parte, abitano in quartieri periferici dove i tessuti abitativi, sociali, urbani sono sempre più sgretolati. Spesso, ma non certamente sempre, sono sedotti da immaginari culturali violenti e da consumi irraggiungibili per le loro economie e per quelle delle loro famiglie. Crescendo conoscono una quotidianità fatta di discriminazioni per gli accenti delle loro lingue e dialetti, per i vestiti dalle marche contraffatte che indossano, per la musica trap che ascoltano, per gli insuccessi scolastici che accumulano in un sistema educativo che si definisce, in maniera falsa e ingiusta, meritocratico, e che fa sempre meno attenzione alle differenze sostanziali che ci sono in partenza e lungo il percorso degli studi.
Le condizioni in cui questi giovani vivono sono il prodotto di un lungo passato di politiche sociali, culturali ed economiche mancate o sbagliate verso quartieri che un tempo si sarebbero definiti popolari, verso quelle classi sociali che un tempo si sarebbero definite proletarie o sottoproletarie, verso giovani con o senza una storia migratoria alle spalle ma che hanno in comune lo stigma di attentare alla sicurezza e al decoro nazionali. Con le loro vite, e le loro morti, rappresentano il principale atto di accusa verso governi che hanno fallito nel garantire diritti, opportunità, dignità, rispetto per tutte e tutti, nel riconoscere che anche black lives matter, nell’affermare a parole e nei fatti che anche le vite dei neri, dei razzializzati, dei discriminati per classe, livelli di istruzione e origini contano”.