Laurea specialistica honoris causa in Sistemi e progetti di comunicazione ad Andrea Camilleri

Il 26 maggio 2005 l'Universit di Pisa ha conferito la laurea specialistica honoris causa in Sistemi e progetti di comunicazione ad Andrea Camilleri.

Lectio Doctoralis di Andrea Camilleri
Le fabbriche del credere

Sono perfettamente cosciente che le mie parole non saranno all'altezza della severit e della nobilt di quest'Aula. E sono altrettanto convinto che quello che dir un argomento gi ampiamente dibattuto tra gli studiosi della materia. Ma io sono solo un narratore, un romanziere, e credo che il migliore omaggio che io possa fare a questa Istituzione che mi sta indebitamente onorando quello di non camuffarmi, di non nascondermi dietro una falsa apparenza, ma di mettervi al corrente, con semplicit, a modo mio, di una inquietante considerazione.

Se apro un'Enciclopedia e vado a consultare la voce Comunicazione, trovo scritto ad apertura:
Tutta la fenomenologia dell'ambiente relazionale e sociale pu essere vista come comunicazione. In altri termini tutto ci che arriva agli organi sensoriali di un organismo pu essere considerato come un dato informativo che l'organismo riceve ed elabora.
Ma questa concezione cos ampia ci pu permettere di fare ben pochi progressi nello studio dei processi di comunicazione.
Questo sta a significare, in altri termini, che vivere sostanzialmente comunicare. Non comunicare pu quindi dirsi non vivere?

Parafrasando Shakespeare si potrebbe dire che tutto il mondo (che dico il mondo? L'Universo!) comunicazione, volontaria o involontaria.

Colto da una leggera vertigine all'idea delle infinite implicazioni di ci che ho appena letto, metto da parte l'Enciclopedia e prendo tra le mani un pi modesto Dizionario. Qui, alla voce relativa, si trovano scritte alcune definizioni pi rassicuranti nel senso che in qualche modo restringono il campo.
Comunicazione:"1) il comunicare, ci che si comunica; 2) Contatto che permette di comunicare; 3) Insieme di strutture, impianti, mezzi che stabiliscono un collegamento; 4) Trasmissioni di informazioni mediante messaggi da un emittente a un ricevente; 5) Comunicazione giudiziaria; 6) Comunione eucaristica".

Ma anche cos ristretto, palettato, il campo rimane vastissimo e al tempo stesso alquanto vago e sfuggente (considerate che si va dalla pi elementare comunicazione, "ieri stata una bella giornata", alla comunicazione giudiziaria che oggi come oggi cosa complessa assai e infine alla comunicazione con Dio, che cosa di una complessit totale, assoluta).

Prender allora in considerazione esclusivamente il punto primo: davvero la comunicazione solamente ci che si comunica? Non manca qualcosa di fondamentale in questa prima definizione?

Consentitemi un esempio storico, un po' brutale, per niente accademico, ma significativo. Il XX congresso del PCUS, il primo dopo la morte di Stalin, si apr a Mosca il 16 febbraio 1956. Erano presenti migliaia di delegati di tutto il mondo. La delegazione italiana, capeggiata da Togliatti, era composta da Scoccimarro, Bufalini e dal napoletano Cacciapuoti. Sottolineo la napolitanit di Cacciapuoti a ragion veduta. All'apertura, dopo gli inni e i saluti di rito, un sovietico che sedeva al tavolo della presidenza si alz per fare una comunicazione, consistente nell'interminabile elenco dei compagni deceduti dall'ultimo congresso con relativo elogio individuale. Il penultimo fu un giapponese. "E infine"- concluse - " morto il compagno Josif Vissarionovic Stalin". E si risedette, senza aggiungere parola. Il silenzio che cal improvviso tra le migliaia di delegati sorpresi, interdetti, perplessi venne rotto dall'immediato commento del napoletano Cacciapuoti, un commento che non posso riferire in quest'aula, ma mi limito a dire che fatto di una sola parola di cinque lettere che comincia con "c" e finisce con "o". Cacciapuoti era stato il primo a capire il senso e il significato di quella comunicazione. Se andiamo a guardar bene, ad allarmarlo non era stata la mancanza di una pur minima parola d'elogio funebre, poteva darsi che la vera e propria commemorazione fosse stata demandata ad altri di pi elevato livello (e infatti poco dopo di Stalin parl Krusciov, nuovo segretario del partito, e si tratt di una damnatio memoriae ), ma era stata l'inversione dell'usuale e rigida gerarchia per cui il nome di Stalin dal primo posto era passato all'ultimo.

Allora la definizione del dizionario che la comunicazione ci che si comunica andrebbe integrata cos: "cio che si comunica e come lo si comunica".

Ma, attenzione, da tutto questo ne consegue che se il codice nella comunicazione il fattore indispensabile alla produzione e alla interpretazione del messaggio, nel caso preso in esame mi pare, e forse posso sbagliarmi, che vennero usati tanto un codice quanto un subcodice: il codice era l'elenco puro e semplice dei compagni deceduti, il subcodice consisteva nell'ordine dei nomi che componevano l'elenco. Solo che il subcodice, ai fini della comunicazione, risultava di gran lunga pi importante del codice stesso.

In altri termini, quella comunicazione fingendo di obbedire alla regola che "il codice deve essere un sistema convenzionale esplicito per poter permettere il processo di codificazione e di decodificazione", metteva in pratica un codice implicito destinato ad allertare i pi ricettivi tra i presenti.

Da quel congresso non sono ancora trascorsi cinquanta anni. Se Hobsbawn ha potuto definire il secolo scorso come il secolo breve certamente perch la somma degli avvenimenti sociopolitici ed economici, le due grandi guerre, lo sviluppo dell'aviazione, la bomba atomica e l'energia nucleare, il progresso tecnologico hanno fatto assumere soprattutto negli ultimi cinquanta anni al nostro mondo una massa cos spaventosamente pesante da farlo apparire persino di breve circonferenza, come avviene con le stelle implose.

E naturalmente, per quanto riguarda lo specifico della mia considerazione, mi baster richiamare la vostra attenzione sul dominio assoluto rapidamente acquistato dalla televisione prima (e con la quale nato il fenomeno detto "comunicazione di massa") e da internet negli anni pi recenti. Ma proprio questo dominio assoluto rappresenta, almeno ai miei occhi e lietissimo se qualcuno dimostrer il mio errore, un forte rischio per l'intelligenza dell'uomo stesso. Intelligenza dal latino intelligere, capire.

Nei primi tempi della televisione, tutto ci che essa ci mostrava era, e voleva essere, un presente continuo fatto vedere nella sua immediata verit . Non sapevamo allora, primitivi spettatori, che anche all'immagine doveva essere applicato il principio d'indeterminazione, quello che, secondo i padri fondatori della quantistica, suona pressappoco cos: ogni fenomeno fisico si modifica per il fatto stesso di essere osservato.

E non sto minimamente parlando della manipolazione dell'immagine: sono ancora fermo al fatto che lo sguardo dello spettatore totalmente guidato e condizionato dallo sguardo di colui che sta riprendendo l'immagine e cio dal posizionamento della telecamera, dalla disposizione delle luci, dall'ordinamento dell'inquadratura, dal movimento all'interno di essa. Tutte cose che concorrono quindi alla creazione di un'immagine non immediata ma accortamente mediata e certamente finalizzata a suscitare una precisa reazione nello spettatore.

Ricordo che ai primissimi tempi della televisione in Italia mi capit un fatto che mi turb e che ancora continua a mettermi in un certo disagio. Allora c'era un solo canale televisivo ed erano da poco entrate in uso apparecchiature che permettevano la registrazione dei programmi.

Ogni domenica mattina veniva celebrata in diretta, dalla cappella degli studi di via Teulada, la santa messa per tutti coloro che non potevano uscire da casa per recarsi in chiesa. Un gioved pomeriggio, passando davanti alla porta a vetri della cappella, vidi un prete che officiava la messa e due telecamere che lo riprendevano. M'informai con un tecnico.

"Stiamo registrando la messa che manderemo in onda domenica mattina"- mi rispose. La domenica seguente mi misi davanti al televisore: ebbene, quando cominci il rito, nessun cartello avvert i fedeli che il miracolo della transustanziazione veniva trasmesso in differita. Sono scarso assai in problemi teologici, ma sento oscuramente che l'episodio appena raccontato entra in qualche modo nel discorso che vado facendo.

Sono bastati pochi decenni perch in tutto il mondo le emittenti televisive si moltiplicassero e alle televisioni di stato si affiancassero un'infinit di televisioni private. Internet inoltre, interagendo con le tv, ha reso il campo della comunicazione e dell'informazione praticamente senza limiti. Questo vertiginoso allargamento della comunicazione stato salutato da tutti come il segno di una finalmente raggiunta libert d'informazione. Ma questo tipo di libert coincide con la possibilit d'approssimarsi a una verit potabilmente limpida e priva di germi? Ho detto e sottolineo: questo tipo di libert. Mi spiego meglio. Si tratta di una libert relativa o, nei casi peggiori, solamente apparente. I costi di un'emittente televisiva a medio raggio, una volta che sia uscita vittoriosa dalla guerra delle concessioni delle frequenze, sono di gran lunga superiori a quelle di un quotidiano che ricopra la stessa porzione di territorio. Da qui l'inevitabilit di forti gruppi economici, dotati di precisi interessi, che vengono a proporsi come editori televisivi. Con una differenza sostanziale: che a un quotidiano basta il mantenersi dentro i confini di un certo profilo politico-economico definito, direi quasi pattuito, gi fin dal primo numero e che gli ha fatto subito acquistare i "suoi" fedeli lettori per avere anche una buona autonomia di manovra al suo interno; mentre a una rete televisiva, che si rivolge a un pubblico non di lettori ma di spettatori, a un pubblico che deve solo vedere e sentire, che non ha la possibilit di rivedere e risentire, un pubblico munito della tentazione del telecomando e pronto perci allo zapping, necessario che tutti, ma proprio tutti, i programmi del palinsesto, anche e soprattutto quelli d'informazione e di commento all'informazione, siano costantemente portatori impliciti delle finalit che i proprietari della rete si propongono.

Questo, in altri termini, viene a significare che ogni rete deve per forza configurarsi come una fabbrica del consenso, consenso sia ai prodotti commerciali pubblicizzati sia alle idee politiche altrettanto pubblicizzate e commercializzate, cercando in tutti i modi d'evitare che gli ascoltatori-compratori-potenziali elettori cambino canale, rischio felicemente inesistente nel nostro paese dato che l'85% delle emittenti pubbliche e private sono sotto il controllo pi o meno dichiarato della stessa persona e quindi cambiare canale significa sostanzialmente riascoltare la medesima notizia detta con parole diverse ma con identico intento glorificatorio.

Ma questa che ho chiamato finalit implicita verrebbe ad esercitare la sua capacit d'incidenza, ove si limitasse a un unico codice di comunicazione, solo e sempre su un medesimo gruppo di spettatori, quello che si pu definire lo zoccolo duro. Un nucleo comunque limitato e sensibile a una comunicazione pi emotiva che logica. Una emittente televisiva privata o pubblica ha per la necessit assoluta d'ampliare il proprio bacino d'ascolto, ne va della sua stessa sopravvivenza per la maggior parte alimentata dall'affluenza degli spot pubblicitari. Da ci il ricorso non solo a codici diversi, ma a sottocodici molteplici anche nella comunicazione di una stessa notizia. I pi evidenti di questi sottocodici sono presenti fin dalla copertina del telegiornale, che una specie di riassunto delle notizie pi importanti che saranno date. La nostra notizia, che chiameremo A, presente in copertina? Se s, che posto occupa nell'indice? Se non compare in copertina, a che punto del telegiornale verr detta? Quanto tempo le verr dedicato? Qual la notizia che la precede? Qual la notizia che la segue? La notizia A viene commentata? Come? Da chi? Si user per essa il cosiddetto "panino", che significa collocare la notizia A tra due commenti orientati in senso opposto rispetto al contenuto della notizia? E poi: una notizia televisiva pu essere semplicemente detta dal giornalista senza l'aiuto dell'immagine, facendone automaticamente una notizia di serie B.

Per ci che riguarda il parlato, se vero che, come ha scritto Umberto Eco, il linguaggio si avvale di rimandi infra e intertestuali e che molto del contenuto trasmesso da un testo "non detto", presupposto o alluso, questo non fa che portare acqua al mulino di quello che sto dicendo.

Quale tono, timbro di voce usa il giornalista nel dare la notizia A? Che ritmo adopera? Le pause che fa sono per rispetto alla punteggiatura o rimandano, alludendo, a un sottodiscorso B?

Abbiamo avuto esempi memorabili di notizie date interamente per non detto o alluso: ricordo che il giornalista Ugo Zatterin, dovendo dare al pubblico televisivo la notizia dell'approvazione in Parlamento della legge Merlin, quella che aboliva le case di tolleranza, parl per tre minuti senza mai usare parole che si riferivano a prostitute, prostituzione, case chiuse, parole tutte rigorosamente bandite dalla tv di allora. Adoper un codice che venne decifrato solo da un quarto degli ascoltatori, il rimanente intu che qualcosa da quel giorno in poi era vietato in Italia, ma sul momento non seppe cosa, lo seppe quando and a bussare a una porta sbarrata.

Fin qui non credo di aver detto nulla di nuovo. Ognuno di quelli che mi stanno ascoltando sa benissimo che negli ultimi anni il corso delle cose che prima, per dirla con Merleau-Ponty, era "passabilmente sinuoso", si fatto totalmente, indecifrabilmente labirintico e questo non solo per la complessa decrittazione di ogni evento in s, quanto piuttosto per le molteplici e contrastanti e depistanti decrittazioni che la comunicazione dell'informazione si affretta a offrire.

Difficile oggi incontrare un'Arianna su uno schermo televisivo.
E quando la s'incontra, sappiamo ormai che non prudente fidarsi del filo che ci porge.
Ma non questo il vero problema. Il problema , a mio parere, l'ulteriore e pericoloso cambiamento avvenuto negli ultimi due anni circa nella comunicazione di massa. Cambiamento evidente attraverso l'osservazione di come le televisioni mondiali si sono comportate, e continuano a comportarsi, di fronte a un evento che ha coinvolto decine e decine di nazioni.

Di un dittatore, non pi feroce di tanti altri che vengono oltretutto foraggiati dai paesi democratici ( e il nostro lo era gi stato), si comincia a farne, prima con le parole del Presidente degli Stati Uniti e dei suoi pi importanti ministri e quindi attraverso un subitaneo tam tam mediatico, insistente, assordante, coinvolgente, travolgente, ubriacante, con sventagliate continue di notizie e soprattutto immagini volte non alla ragione ma all'emozione, con flash che attengono pi alla pubblicit che alla politica, con un martellare d'incontri e dibattiti dove si adopera un linguaggio costantemente sovratono, di questo dittatore se ne fa, dicevo, il nemico pubblico mondiale numero 1, in possesso di spaventose armi di distruzione di massa, capaci di distruggere una citt europea in quarantotto ore, come asserisce turbato il primo ministro britannico. Il ministro degli esteri statunitense si reca all'Onu e con grafici, fotografie, fialette, dimostra inequivocabilmente l'esistenza di quelle armi da anni, ricordiamocelo, invano cercate dagli stessi ispettori dell'Onu. Le voci soliste che incitano alla guerra si trasformano ben presto in coro: la guerra preventiva ineludibile, bisogna attaccare prima di essere attaccati. Anche i paesi che sono per una soluzione politica e non bellica concordano pienamente sulla pericolosit e la cieca ferocia del dittatore. La guerra stata scatenata, costata decine di migliaia di morti innocenti, il dittatore stato preso prigioniero, la guerra finita ma si tramutata in un quotidiano massacro, stato insomma scoperchiato incautamente un vaso di Pandora che sar arduo richiudere.

Ma le famose armi di distruzione di massa non vengono mai ritrovate, comincia a serpeggiare il sospetto che probabilmente non ci sono mai state. Poi il sospetto diventa certezza. I governi che hanno promosso la guerra sono costretti ad ammetterlo. Il ministro degli esteri statunitense, dimessosi, ora dichiara di avere ingannato il mondo in buona fede, perch ingannato a sua volta dai servizi segreti. Insomma, non era mai esistito il presupposto principale per fare la guerra. Era un falso spudorato, una tragica guerra di Pinocchio.

Ma la conoscenza dell'inganno perpetrato dai capi di stato non scalfisce se non in minima parte, nell'opinione pubblica, il potere di coloro che hanno anche coscientemente ingannato. Anzi, si d il caso che il primo responsabile, l'americano, venga rieletto a travolgente maggioranza. E anche l'inglese, quando la guerra ormai si consolida come un inutile carnaio, ottiene una storica terza investitura. Tutti e due hanno mentito ai loro popoli, ma i loro popoli gli hanno rinnovato la fiducia.

Perch? Questo il punto. Si pu azzardare un'ipotesi. E cio che questo possibile perch i mezzi di comunicazione di massa, da fabbriche di consenso, si sono tramutati, riuscendoci, in convertitori di fede, in fabbriche del credere. Hanno saputo trasformare una guerra evitabile in una lotta suprema tra il Bene e il Male, tutti e due con le iniziali maiuscole.

Forse riuscir a spiegarmi meglio citando un passo del grande fisico Werner Heisenberg, con l'avvertenza che estrapolato da un saggio, "Fisica e filosofia", dato alle stampe nel 1958:
Non possiamo chiudere gli occhi al fatto che difficile per la gran maggioranza della gente farsi un giudizio ben fondato sulla giustezza di certe dottrine o idee generali. Quindi pu essere che la parola "credere" non significhi per la maggioranza di quella gente "percepire la verit di qualche cosa", ma viene piuttosto presa nel senso di "assumere questo a base della vita". Si pu facilmente intendere come questo secondo tipo di fede sia molto pi fermo e stabile che non il primo e come possa persistere perfino contro un'esperienza diretta che la contraddica, senza restare scossa, perci, da alcuna sovraggiunta conoscenza.

Permettetemi un'ultima citazione. Scrisse Stanislaw Jerzy Lec: Quando la menzogna ottiene il diritto di cittadinanza non per questo diventa verit.

Perfettamente d'accordo. Ma se la menzogna ottiene il diritto di cittadinanza sotto forma di fede?
E questo, in parole povere e conclusive, dimostra, a parer mio, che se non l'eclissi, ma almeno l'offuscamento della ragione non n un'ipotesi astratta n una remota probabilit.


Ultimo aggionamento documento: 20-Dec-2006