Quando muore un bambino la nostra coscienza si scuote. Quasi sempre, non sempre. Recentemente la cronaca ci ha riportato due eventi tragici di morte violenta, non per cause naturali. Quella di un bambino di due anni a Napoli, Domenico, e quella di una piccola di tre anni, della quale non conosciamo il nome, nel comune di Prato. Due eventi per certi versi molto simili. In entrambi i casi la morte è avvenuta per una serie di errori umani che il “sistema”, nel quale la tragedia è si è verificata, non ha saputo prevenire. Nel primo caso si parla del sistema sanità e in particolare di trapianto di organi. A Domenico è stato trapiantato un cuore deteriorato. Nel secondo caso si fa riferimento invece al sistema di mobilità stradale nel quale viviamo ogni giorno. La piccola senza nome è stata investita e uccisa da un automobilista. La similitudine termina qui: nel dolore immenso che ha travolto le due famiglie. Poi iniziano le differenze. Fortunatamente, di casi quelli di Damiano, ne accadono pochi. Gli omicidi stradali di bambini invece sono quasi 50 ogni anno in Italia. I primi suscitano, giustamente, la grande attenzione dei media e lo sdegno dell’opinione pubblica. I secondi al massimo una breve sulla cronaca locale e la generale indifferenza di chi non è coinvolto in prima persona. Non è cattiveria, ma si tratta di un’idea di mobilità stradale, costruita dagli anni ’50 sino adesso che, come un grande muro di fronte ai nostri occhi, ci impedisce di vedere quello che accede realmente. E di percepirne la gravità. Un bambino morto sulla strada è un incidente, un tributo che siamo disposti a pagare per la nostra mobilità. O almeno ci fanno credere che sia così.
Per rimuovere questa barriera, che non ci fa vedere la realtà, occorre studio, impegno, conoscenza. Per questo motivo è nata l’idea di proporre un corso presso l’Università di Pisa sul tema della mobilità stradale sicura. Il titolo del corso è Tecnologia, umanesimo e pedagogia della mobilità sicura. Perché rimuovere quel muro che ci impedisce di vedere la realtà di una mobilità stradale pericolosa e insicura, è complesso e richiede competenze diverse. La tecnologia può sicuramente aiutare, ma non può farlo senza considerare tutti gli aspetti umani che sono presenti quando siamo alla guida di un mezzo. La “safety” stradale è un tema quindi trasversale e per questo i docenti provengono da mondi diversi: quello del giornalismo, quello della psicologia e quello della tecnologia e dell’economia. È il primo esperimento di questo di questo tipo in Italia e siamo, come docenti, felici di farlo in una Università prestigiosa come Pisa. Cosa ci ha spinto ad impegnarsi in questa battaglia? La possibilità di stimolare la creazione una coscienza collettiva che permetta di cambiare il nostro sistema di mobilità stradale e renderlo intrinsecamente “safe”, come lo sono gli altri sistemi di mobilità che usiamo: ferroviario, aereo e mercantile. Sappiamo come farlo, ma non vogliamo farlo. Fare prevenzione attraverso l’educazione in questo campo può salvare vite. E questo è uno scopo nobile che ci spinge a impegnarsi ogni giorno. Spero possa invogliare anche voi studenti ad occuparsi di questo tema e a frequentare il nostro corso. Aveva ragione Martin Luther King a dire: “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”. Sicuramente la morte della piccola di tre anni a Prato non è colpa nostra, come non lo è la morte di più di 3000 persone o il cambio radicale di vita di 17.000 persone che diventano invalidi gravi in maniera permanente ogni anno in Italia, ma lo diventerebbe se non ci impegnassimo per cambiare questo sistema di mobilità inefficiente, pericoloso e non sostenibile.
Stefano Guarnieri e Marco Gasperetti
Docenti del corso Unipi
Tecnologia, umanesimo e pedagogia della mobilità sicura




