Solo due settimane fa sono arrivata a Pisa, una città che sembra essere stata costruita intorno alla sua università: gli studenti riempiono le strade, le biciclette attraversano le piazze e gli edifici custodiscono la memoria di secoli di conoscenza. Sono venuta qui non solo per iniziare un nuovo capitolo della mia vita, ma anche per cercare di comprendere il luogo da cui provengo.

Mi sono iscritta all’Università di Pisa per frequentare il corso di laurea magistrale in Peace Studies: Conflict Transformation and Development Cooperation. Ho potuto intraprendere questo percorso grazie a una borsa di studio completa dell’Università, che mi ha aperto le sue porte e mi è stata accanto fin dall’inizio. L’Università di Pisa, con le sue 20 sedi distribuite in tutta la città, non si è limitata ad accogliermi come studentessa: ha sostenuto me e la mia storia, mantenendo un dialogo costante con il consolato italiano e impegnandosi concretamente per facilitare la mia partenza da Gaza.

Giovanni Federico Gronchi, prorettore per la cooperazione e le relazioni internazionali, è rimasto in contatto con me mentre ero ancora a Gaza, seguendo la mia situazione, chiedendo mie notizie e rassicurandomi sul fatto che l’Università non mi avrebbe lasciata sola. Tutto il personale dell’Ufficio Cooperazione Internazionale mi ha accolto con grande umanità e si è impegnato perché avessi tutto ciò di cui avevo bisogno. Hanno capito che la mia ammissione a questo corso non era soltanto una procedura amministrativa: dietro c’era una persona con una storia, una speranza e il desiderio di imparare per poter, un giorno, essere utile al proprio Paese.

Così ho iniziato questo percorso accademico portando con me una domanda che non posso separare dalla mia vita: come si può studiare la pace mentre la propria famiglia, a Gaza, vive dentro una guerra che non è ancora finita? Come si può studiare la trasformazione dei conflitti quando si viene da un luogo in cui il conflitto è diventato parte della vita quotidiana: paura, sfollamento, perdita, attesa e brevi messaggi di cui non sappiamo mai se arriveranno?

Non sono venuta a Pisa da sola. Gaza è venuta con me: nella lingua in cui scrivo, nei nomi che ho paura di dimenticare, nei messaggi che rileggo più volte prima di inviarli a mia madre. Gaza è venuta con me nelle case di cui non so più se siano ancora in piedi, nei volti di chi ho perso e in quelli che ho lasciato ad aspettare un giorno normale che non arriva mai.

La Gaza che porto con me
Prima che Gaza diventasse una notizia dell’ultima ora in televisione, per me era un luogo di vita. Erano le strade che conoscevo, i volti che incontravo, la memoria che ha plasmato il mio linguaggio, la mia personalità e le mie prime domande. Era casa, amici, famiglia. Era anche il luogo in cui ho imparato che scrivere non è un lusso, ma un modo per comprendere il mondo e non lasciarselo sfuggire.

Ma la guerra ha cambiato il significato delle cose. La distanza tra le persone non si misura più in chilometri, ma nella paura per ciò che potrebbe accadere loro. Un messaggio qualunque non è più un messaggio qualunque: può diventare la prova che qualcuno è ancora vivo. E la domanda «Come stai?» non è più una semplice formula, perché rispondere può significare dover raccontare un’intera vita fatta di paura, attesa e perdita.

Ho lasciato Gaza, ma partire non ha significato separarmene. A volte si ha la sensazione di lasciare un luogo soltanto con il corpo, mentre l’anima rimane sospesa in tutto ciò che ci si è lasciati alle spalle. Mia madre è rimasta lì. Sono rimaste lì persone che amo. E sono rimaste molte cose che non potevo portare con me: fotografie, luoghi, suoni e ricordi che non possono entrare in una valigia.

Arrivare in Italia non ha cancellato ciò che è accaduto, né ha rappresentato un nuovo inizio scollegato da tutto quello che c’era prima. È stato un passaggio difficile da un luogo a un altro, da una vita minacciata dal pericolo a una nuova vita che non è comunque libera dall’ansia. Anche nei momenti più tranquilli, una parte di me rimane là, a seguire le notizie, ad aspettare un messaggio, a contare il tempo tra una telefonata e l’altra.

Dall’architettura e dal giornalismo agli studi sulla pace
Sono arrivata a questo corso dal mondo del giornalismo e dell’architettura, da ambiti nei quali ho cercato di raccontare Gaza non come una notizia dell’ultima ora, ma attraverso le sue case, i suoi volti, la sua memoria e la sua vita quotidiana. Nel giornalismo ho cercato un linguaggio che restituisse alle persone il diritto di essere raccontate per ciò che sono: non numeri, non immagini fugaci, non vittime senza nome.

L’architettura mi ha insegnato a guardare lo spazio come qualcosa che plasma la vita umana. Ho studiato come gli edifici, le strade e i quartieri influenzino il modo in cui le persone vivono, si incontrano e ricordano. Ma a Gaza ho visto come la guerra distrugga non soltanto le strutture, ma la possibilità stessa dello spazio come luogo di sicurezza e di appartenenza. Ho visto case che avevo studiato e disegnato ridursi in pochi secondi a cumuli di macerie. Ho imparato che l’architettura senza giustizia è incompleta e che la pace non è soltanto assenza di bombe, ma presenza delle condizioni che permettono alle persone di costruire, vivere e sentirsi parte di un luogo.

In tempo di guerra, il giornalismo diventa qualcosa di più di una professione. È un tentativo di resistere alla cancellazione. Quando le città diventano numeri, il giornalismo cerca di restituire loro un nome. Quando le notizie riducono la vita delle persone al numero dei morti e dei feriti, il giornalista insiste nel ricordare che dietro ogni numero ci sono una storia, una famiglia, un ricordo e un futuro che avrebbe potuto esserci.

Ma il giornalismo, per quanto necessario, non può rispondere da solo a tutte le domande. Si chiede: che cosa è successo? Chi è stato colpito? Chi è rimasto? Quale storia non è arrivata al mondo? Come possiamo evitare di ridurre le persone alla loro sofferenza?

Gli studi sulla pace ampliano queste domande: perché è scoppiato il conflitto? Come continua ad alimentarsi? Quali forze lo sostengono? Quali conseguenze ha sui civili? Che cosa può aiutare le comunità a passare dalla guerra alla ricostruzione? Queste domande non cancellano quelle del giornalismo: offrono loro un contesto più ampio e aiutano il giornalista a guardare oltre l’evento immediato.

Il giornalismo mi ha insegnato ad avvicinarmi ai conflitti attraverso le voci delle persone: attraverso una casa distrutta, una madre che aspetta suo figlio, un bambino che cerca di ricordare com’era la sua scuola prima che venisse cancellata. Gli studi sulla pace mi invitano ad allargare lo sguardo: che cosa fa sì che queste storie si ripetano? Come può una tragedia trasformarsi da episodio individuale in una struttura che continua nel tempo? Come può la conoscenza aiutarci a prevenire i conflitti, invece di limitarci a descriverli dopo che sono accaduti?

Ricordo una bambina con un vestito verde decorato di fiori. Arrivava dal bombardamento della scuola Mustafa Hafiz. Urlava e le persone dicevano che stava bene. Ma quando uno dei suoi familiari la sollevò, il vestito si alzò e sulla schiena apparvero i fori provocati dalle schegge. Aveva bisogno di un intervento chirurgico urgente e dovetti dire al personale medico quello che avevo visto. La sua immagine è rimasta con me: una bambina con un vestito colorato, un corpo che portava i segni di una guerra che non aveva scelto. Ho scritto perché volevo dire al lettore europeo: non guardateci come numeri. Abbiamo nomi, case, ricordi e sogni. I nostri bambini non nascono conoscendo la guerra. Amano le biciclette, i vestiti colorati e giocare davanti alle loro case, proprio come i vostri figli.

Perché ho scelto di studiare la pace?
Ho scelto di studiare la pace perché non voglio fermarmi alla descrizione della tragedia, per quanto necessaria essa sia. Voglio comprendere il conflitto alle sue radici e imparare come le società possano passare dalla guerra alla ricostruzione e come la cooperazione, lo sviluppo e la giustizia possano contribuire alla costruzione della pace, anziché rimanere soltanto slogan pronunciati quando i combattimenti sono finiti.

Il corso in Peace Studies dell’Università di Pisa mi offre l’opportunità di osservare i conflitti da molteplici prospettive e di mettere in relazione la trasformazione dei conflitti con la cooperazione allo sviluppo. Per me questo è importante perché la pace non è soltanto assenza di bombardamenti. Pace significa anche poter studiare, lavorare, vivere in una casa sicura, avere accesso alle cure e progettare il proprio futuro senza dover pensare, in ogni momento, alla possibilità di perderlo.

Una città distrutta non può essere ricostruita soltanto con il cemento. La ricostruzione ha bisogno di scuole, ospedali, istituzioni, lavoro, fiducia, giustizia e spazi in cui le persone possano raccontare ciò che è accaduto loro e partecipare alla costruzione di ciò che verrà dopo. Per questo, per me, studiare la pace non significa studiare un concetto astratto e lontano dalla realtà: significa cercare di comprendere le condizioni che rendono nuovamente possibile la vita.

So che l’università non offrirà risposte rapide a tutto ciò che sta accadendo a Gaza. Non mi aspetto di trovare nei libri una ricetta già pronta per porre fine alle guerre. Ma credo che la conoscenza ci offra strumenti migliori per comprendere e agire e ci impedisca di accontentarci dello stupore o dell’impotenza. Quando comprendiamo come un conflitto nasce e come continua, possiamo immaginare modi diversi per affrontarlo.

L’università come spazio di ascolto
A Pisa, l’università sembra essere parte della vita quotidiana. Studenti nelle piazze, discussioni nelle aule, libri nelle biblioteche e lingue diverse che si incontrano nello stesso luogo. Per me è uno scenario nuovo, ma suscita una domanda antica: quale funzione ha l’università in un mondo pieno di guerre?

A volte l’università può sembrare un luogo separato dalle crisi che avvengono al di fuori delle sue mura, ma la conoscenza non vive al di fuori della realtà. Ogni discussione sulla pace, ogni lezione sui conflitti, ogni domanda sulla giustizia è legata a persone che stanno vivendo, in questo momento, le conseguenze di decisioni politiche, militari ed economiche.

L’università non è soltanto un luogo in cui conseguire un titolo di studio. È uno spazio in cui imparare ad ascoltare, rimettere in discussione le idee, confrontarsi con la complessità e scoprire che il mondo non può essere ridotto a un’unica narrazione. In una città universitaria come Pisa ho l’opportunità di incontrare persone provenienti da contesti diversi, ognuna con la propria percezione della guerra, della giustizia e della pace. Questo incontro non cancella le differenze nelle esperienze, ma apre la possibilità del dialogo.

Per me, dialogare non significa ignorare il dolore né porre tutte le parti alla stessa distanza morale. Significa cercare un linguaggio che preservi l’umanità delle persone, affronti l’ingiustizia e impedisca che le differenze si trasformino in odio o negazione. La pace non può essere costruita con un linguaggio che disumanizza gli altri, così come la giustizia non può essere raggiunta cancellando l’esperienza delle vittime.

Un messaggio alle studentesse e agli studenti
Alle mie colleghe e ai miei colleghi di Pisa, che incontro all’inizio di un nuovo anno accademico, vorrei dire che il mondo che studiamo non è lontano dal mondo in cui viviamo. Le guerre di cui sentiamo parlare nelle notizie possono sembrare geograficamente distanti, ma non sono lontane dalle università, dalle città e dalle comunità. I loro effetti raggiungono le famiglie, le migrazioni, l’economia, il linguaggio, le relazioni tra le persone e persino le domande che gli studenti pongono nelle aule.

Non chiedo a nessuno di portare con sé l’esperienza di Gaza come la porto io: non sarebbe possibile. Ma chiedo di guardare le notizie con più attenzione, più lentamente, e di ricordare che ogni numero è un essere umano e che dietro ogni immagine c’è una vita, prima e dopo. Chiedo di prestare attenzione alle parole che usiamo, perché il linguaggio può essere uno strumento di comprensione, ma può anche diventare uno strumento di cancellazione e di incitamento. E chiedo di lasciare spazio alle voci che non sempre riescono a raggiungere le grandi piattaforme.

Forse nessuno di noi può fermare una guerra, ma possiamo imparare a comprenderla. Possiamo rifiutare un linguaggio che giustifica la cancellazione degli esseri umani. Possiamo cercare la conoscenza invece della ripetizione, il dialogo invece della chiusura e la giustizia invece di accontentarci della compassione. In fondo, forse è proprio questo uno dei compiti dell’università: renderci più capaci di vedere il mondo e più pronti ad assumerci una responsabilità nei suoi confronti.

Ricominciare senza dimenticare
Sono arrivata a Pisa soltanto due settimane fa e sto ancora imparando i nomi delle strade, delle aule universitarie e i volti dei miei compagni di corso. Sto ancora scoprendo la città passo dopo passo, cercando di trovare il mio posto in una nuova vita. Ma una cosa la so: non sono venuta qui per chiudere la pagina iniziata a Gaza.

Sono venuta per portarla con me in un altro luogo, per leggerla da una prospettiva nuova e per cercare parole e strumenti capaci di trasformare la testimonianza in un punto di partenza per la comprensione e l’azione, e non soltanto in una traccia dolorosa della guerra. Sono venuta a studiare la pace non perché vivo lontano dal conflitto, ma perché so, oggi più che mai, che cosa significa la sua assenza.

A Gaza, mia madre e le persone che amo stanno ancora aspettando di poter essere al sicuro. E io sono qui, in una tranquilla città universitaria, a iniziare i miei studi e a cercare di imparare. Può sembrare che tra questi due luoghi ci sia una distanza enorme, ma dentro di me si incontrano. Ogni lezione sulla pace mi riporta alla loro domanda e ogni pagina che scrivo mi ricorda che la conoscenza non ha valore se non ci aiuta a proteggere gli esseri umani.
Forse oggi non posso cambiare la realtà di Gaza, né ho una risposta completa su come uscire dalla guerra. Ma posso continuare a scrivere, continuare a imparare e rifiutarmi di lasciare che il mio Paese venga ridotto soltanto a immagini di distruzione. Posso dire che Gaza non è soltanto un luogo di guerra: è anche un luogo di vita, memoria, istruzione, amore e sogni.

E da Pisa provo a iniziare un nuovo capitolo senza dimenticare quello da cui provengo.

Le mie ambizioni sono sempre andate oltre i confini del luogo in cui sono cresciuta, ma non sono arrivata fin qui da sola. Senza mia madre, senza il suo sostegno che mi accompagna dal primo giorno della mia vita, senza tutto l’amore, il tempo e le energie che mi ha dedicato perché potessi continuare il mio cammino, non sarei la donna che sono oggi. Ha creduto in me anche nei momenti in cui io stessa dubitavo delle mie capacità e mi ha spinta ad andare avanti quando la paura rendeva pesanti i miei passi. E io sono ancora, nonostante la distanza, la guerra e l’assenza, quella bambina che alza lo sguardo verso il proprio sogno e cammina nella sua direzione con una fiducia che assomiglia alla mano di mia madre che mi sosteneva nei miei primi passi.

Leggi l’articolo che racconto l’arriva di Engy Abdelal