Il dibattito suscitato dall’annuncio che dal 1° ottobre Rai Scuola non sarà più presente come canale lineare sul digitale terrestre (con uno spostamento verso RaiPlay, in un ambiente on demand) offre una preziosa occasione per una riflessione circa la responsabilità educativa del servizio pubblico.

La storia della televisione italiana (dall’esperienza di Non è mai troppo tardi avviata nel 1960 con Alberto Manzi) ci ricorda che educazione e comunicazione di massa rappresentano un binomio funzionale ed efficace per promuovere l’alfabetizzazione, a sostegno dell’idea che l’accesso alla conoscenza è una questione di interesse collettivo e di democratizzazione culturale.

Naturalmente, nel corso del tempo, la televisione ha perso gradualmente la propria centralità con la moltiplicazione degli strumenti e degli ambienti digitali che accompagnano la quotidianità delle nostre vite (smartphone, piattaforme, podcast, social network, sistemi di intelligenza artificiale). Questo processo ha innescato un cambiamento soprattutto nella relazione tra persone e conoscenza poiché la scarsità delle informazioni, che caratterizzava altre epoche, è stata sostituita dalla loro sovrabbondanza, aprendo la problematica di una facilità e rapidità di accesso alle informazioni non supportata da competenze utili e “mature” per trasformarle in conoscenza (saper cercare, selezionare le fonti, riconoscere l’autorevolezza, distinguere un’informazione attendibile da una falsa, comprendere i meccanismi attraverso i quali gli algoritmi organizzano ciò che scegliamo, ecc.).

Ed è proprio in questo scenario che la funzione educativa del servizio pubblico – svincolata da derive nostalgiche – dovrebbe essere ripensata, non rimossa.
Rai Scuola ha rappresentato uno dei luoghi nei quali la funzione educativa è rimasta riconoscibile. Il suo patrimonio di programmi dedicati alla storia, alla letteratura, alle scienze, alle lingue e alle discipline scolastiche ha offerto risorse preziose a studenti, insegnanti e cittadini, con evidenze determinanti durante il periodo pandemico, quando è stato possibile disporre immediatamente di contenuti educativi pubblici, accessibili e di qualità.

La scelta del trasferimento di RaiScuola in un ambiente on demand ha sicuramente una sua logica. Se cambiano i luoghi nei quali le persone, soprattutto i più giovani, fruiscono dei contenuti, anche il servizio pubblico deve cambiare. Ma sappiamo anche che l’utilizzo di una piattaforma ribalta il modo di accedere ai contenuti. Nell’ambiente on demand prevale la scelta intenzionale: cerchiamo ciò che vogliamo, ciò che già sappiamo di poter trovare. Il palinsesto televisivo conserva invece una possibilità pedagogicamente preziosa, l’incontro inatteso. Possiamo imbatterci in un argomento sconosciuto, fermarci davanti a una domanda che non ci eravamo ancora posti, scoprire qualcosa che nessun algoritmo avrebbe necessariamente selezionato per noi. È una distinzione pedagogicamente molto interessante. Educare infatti non significa soltanto soddisfare interessi già esistenti, significa anche suscitarli, invitare allo stupore e alla meraviglia, lasciare spazio alle ipotesi e ai dubbi, allenare il pensiero critico e il dissenso.

Nell’ecosistema digitale contemporaneo gli algoritmi tendono a costruire ambienti sempre più personalizzati, capaci di intercettare preferenze e comportamenti individuali. Il servizio pubblico non dovrebbe lasciarsi sfuggire l’opportunità di svolgere una funzione differente: ampliare gli orizzonti, creare connessioni impreviste, rendere visibile ciò che non necessariamente conquista l’attenzione ma merita comunque di essere conosciuto, contribuendo a quell’educazione permanente che accompagna l’intero corso della vita.

Da questa prospettiva, anche il problema degli ascolti (La Rai giustifica il superamento del canale lineare a causa di un’audience molto bassa) assume un significato diverso. Il valore educativo di un contenuto non può dipendere esclusivamente dal numero di persone che ne beneficiano e soprattutto non tutto ciò che è pubblico deve necessariamente rispondere alla logica quantitativa dell’audience.
Probabilmente, ciò che è mancato a Rai Scuola è stato un collegamento organico con il sistema scolastico nazionale e un dialogo più strutturato con i percorsi di educazione digitale, in risposta ai nuovi bisogni formativi, di studenti, docenti e cittadini.

Sulla base di queste riflessioni, gli interrogativi – complessi e sfidanti – a cui rivolgerci sono: “Che cosa significa essere servizio pubblico educativo nel 2026? In contesti in-formativi governati sempre più da piattaforme e algoritmi, abbiamo meno bisogno di un servizio pubblico educativo o ne abbiamo più bisogno di prima?”.

Ciò che appare evidente è che non può essere sufficiente conservare la forma che Rai Scuola ha avuto nel passato ma è essenziale che non perda la funzione che essa rappresenta.

Sicuramente può essere utile conservare il patrimonio esistente di Rai Scuola in un grande archivio digitale ma un servizio pubblico della conoscenza deve continuare anche a generare e connotarsi funzionalmente in una propria originale capacità produttiva di divulgazione scientifica: raccontare la ricerca scientifica mentre si sviluppa, interpretare i cambiamenti sociali, dialogare con scuole e università, sperimentare linguaggi capaci di raggiungere pubblici diversi. In un’epoca nella quale possiamo ottenere una risposta in pochi secondi, educare a formulare domande, verificare le risposte e costruire connessioni rappresenta la forma più contemporanea di televisione educativa. Occorrono competenze, progettualità e investimenti, non soltanto una nuova collocazione tecnologica.