Celebrato, discusso, criticato, talvolta anche deriso, il Giorno della Memoria costituisce una ricorrenza tanto importante quanto scomoda nel calendario civile nazionale e internazionale. Essa rappresenta un invito a un’assunzione di responsabilità, sollecitando i singoli e costringendo istituzioni e comunità nazionali a confrontarsi col passato e a ripensare, anche alla luce di questo confronto, il proprio tempo.

In effetti, la memoria lega in modo peculiare e indissolubile passato e presente, influendo così anche sul futuro. Su questa sua caratteristica si è fatto evidentemente affidamento con l’istituzione del Giorno della Memoria, prima in Italia, con la Legge 20 luglio 2000, n. 211, che fissava la ricorrenza “in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”, poi con la risoluzione ONU del 2005, nella quale si designava il 27 gennaio “Giornata Internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto”, al fine dichiarato di contrastare ogni forma di negazionismo dello sterminio degli ebrei. In entrambi i casi, la scelta si è fondata sulla convinzione che la memoria coltivata in modo consapevole aiuti la formazione di una coscienza civile affinché quei crimini non si ripetano “mai più”.

Nel corso dei decenni che ci separano da quei testi, le iniziative pubbliche e private intraprese per rispondere a quell’appello sono state innumerevoli. Con il passare del tempo, la Shoah e i crimini perpetrati nei lager nazisti con la complicità di altri stati nazionali sono entrati nella memoria culturale, agendo sull’immaginario delle generazioni successive a quel periodo storico. Questo passaggio dal piano storico a quello simbolico-culturale si fonda per lo più su una spinta universalistica, non vincolata a gruppi di appartenenza. D’altro canto, quando slegata dalla contingenza storica, la memoria può portare sia a fenomeni di rimozione e di distorsione degli interrogativi che il passato è in grado di porre alle coscienze personali e collettive, sia a tentativi di “addomesticare” la memoria tramite la sua ritualizzazione o collegandola a specifiche prospettive e finalità a discapito di altre altrettanto legittime e complementari se non addirittura opposte. Se non tabuizzati, questi fenomeni offrono materia preziosa di riflessione sul presente e ci interrogano in modo altrettanto forte quanto lo studio della storia.

Di fatto, la memoria, tanto più di un passato dominato dalla morte e dalla violenza istituzionalizzata, non è di per sé sufficiente a sviluppare consapevolezza storica e civile. Se non è accompagnata da un percorso di riflessione critica e conoscitiva, essa rischia piuttosto di sfociare in un diffuso senso di impotenza, in afasia, paura, nuovi traumi, favorendo forme di rifiuto e di rimozione di fronte alla storia. Gli estensori della legge italiana e della risoluzione ONU sembrano esserne stati in qualche modo consapevoli, tanto che affidano il compimento dello spirito alla base dell’istituzione del Giorno della Memoria a non meglio specificati programmi formativi da realizzarsi nelle scuole e negli enti preposti.

È in quest’ottica che anche quest’anno il Centro Interdipartimentale di Studi Ebraici “Michele Luzzati” (CISE) dell’Università di Pisa, a cui afferiscono i Dipartimenti umanistici dell’Ateneo (CFS e FILELI), ha accolto la proposta di collaborazione pervenuta da istituzioni scolastiche e cittadine del territorio e ha a sua volta promosso alcune iniziative dedicate nello specifico ad accompagnare sia la popolazione scolastica e studentesca sia la cittadinanza intesa nel suo complesso in un percorso di riflessione e di conoscenza che accompagni la memoria del passato senza per questo sottrarsi agli interrogativi del presente. In particolare, il Centro collabora al percorso di formazione di studenti e dottorandi che parteciperanno al viaggio a Cracovia e ad Auschwitz promosso dall’Ateneo di Pisa tramite il CIDIC. Il percorso prevede una serie di seminari di taglio storico ma riferiti anche al presente, a cui seguiranno incontri di taglio più culturale (letterario e artistico).

Oltre a questi seminari, il CISE, in collaborazione con il Museo della Grafica (Comune di Pisa e Università di Pisa), la Domus Mazziniana e il CIDIC, ha organizzato la mostra Muselmann: Giorno della Memoria (Museo della Grafica, 17-31 gennaio 2026), curata dall’artista e docente Barbara Nahmad dell’Accademia di Belle Arti di Brera, offrendo visite guidate gratuite alle scolaresche del territorio.

La mostra, realizzata dagli allievi dell’Accademia su ispirazione del Diario di Gusen. Lettere a Maria del pittore Aldo Carpi, sopravvissuto ai campi di sterminio dove venne deportato in quanto antifascista e di nonno ebreo, è stata scelta perché offre una straordinaria testimonianza di come giovani artisti, appartenenti alla terza generazione dalla seconda guerra mondiale e dalla Shoah, si siano confrontati con quella memoria e, tramite l’arte grafica, siano riusciti a renderla materia viva, grazie alla quale lo spettatore/visitatore ha l’occasione di misurare il proprio sguardo, i propri paradigmi interpretativi, e di interrogarsi sulla relazione che intrattiene sia con quel passato sia con il proprio presente a 81 anni dalla scoperta del campo di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche.

Serena Grazzini,  Direttrice del Centro Interdipartimentale di Studi Ebraici “Michele Luzzati”, UNIPI