In occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, che ricorre oggi mercoledì 11 febbraio, Unipinwes dedica questo spazio alla storia di scienziate che hanno dato un contributo allo loro disciplina , raccontate dalle docenti dell’Università di Pisa.
Oggi Caterina Rizzo, docente del Dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia, racconta la storia di Katalin Karikó vincitrice del Nobel per la Medicina nel 2023.

 

Tra le innovazioni scientifiche più recenti che hanno modificato in modo concreto la storia di una malattia, i vaccini a mRNA occupano un posto centrale. Nel pieno della pandemia di COVID-19, questa tecnologia ha permesso di ridurre rapidamente la gravità delle infezioni e la mortalità, incidendo sull’andamento clinico della malattia su scala globale. Quel risultato, spesso raccontato come improvviso, è in realtà l’esito di una ricerca iniziata molti anni prima. È da questa distanza tra percezione pubblica e lavoro scientifico che nasce la scelta di raccontare la figura di Katalin Karikó.

Di US Embassy Sweden – Image, CC BY 2.0 commons.wikimedia.org

Katalin Karikó, nata in Ungheria nel 1955, si forma come biochimica e orienta da subito il proprio interesse verso l’RNA. Dopo il trasferimento negli Stati Uniti negli anni Ottanta, porta avanti una teoria semplice ma ambiziosa: sfruttare l’mRNA per indurre le cellule a produrre in modo controllato proteine utili alla prevenzione o alla cura delle malattie. Una prospettiva che, per molti anni, incontra scarso interesse istituzionale.

I finanziamenti sono limitati, le valutazioni dei progetti spesso negative, la posizione accademica rimane instabile. Nonostante questo, Karikó continua a lavorare su un nodo essenziale: rendere l’mRNA utilizzabile nell’organismo umano senza innescare una risposta immunitaria eccessiva.

Per lungo tempo, quindi, l’RNA messaggero viene considerato poco adatto all’uso clinico. Instabile, facilmente degradabile, capace di attivare risposte infiammatorie indesiderate, sembrava destinato a restare uno strumento di laboratorio. L’idea che potesse diventare una piattaforma per la prevenzione o la terapia appariva più teorica che realistica.

All’inizio degli anni Duemila, insieme all’immunologo Drew Weissman, arriva una soluzione cruciale: riescono a modificare la composizione chimica di alcuni nucleosidi che consente di ridurre l’attivazione immunitaria e di aumentare la stabilità dell’mRNA. È un avanzamento tecnico, poco visibile al di fuori di chi se ne occupa direttamente, ma decisivo per trasformare una possibilità teorica in uno strumento concreto.

Solo molti anni dopo, con l’emergenza pandemica, questa tecnologia mostra appieno il proprio valore. La rapidità con cui è stato possibile sviluppare vaccini efficaci contro SARS-CoV-2 e metterli a disposizione su larga scala è il risultato diretto di quella ricerca precedente, non di una scorciatoia improvvisata.

Terminata la fase emergenziale, l’mRNA non ha esaurito il proprio ruolo. In ambito oncologico, in particolare, questa piattaforma apre la strada a terapie sempre più personalizzate. I vaccini terapeutici a mRNA mirano a stimolare il sistema immunitario contro antigeni tumorali specifici, spesso unici per ciascun paziente. La terapia non è più standardizzata, ma costruita sulla base delle caratteristiche molecolari del singolo tumore. In questo contesto, l’intelligenza artificiale sta svolgendo un ruolo importantissimo. L’identificazione degli antigeni più adatti richiede l’analisi di grandi volumi di dati genomici e proteomici e gli algoritmi di machine learning hanno consentito di selezionare i bersagli più promettenti e di prevedere la risposta immunitaria, rendendo più rapido ed efficiente un processo che in passato era estremamente complesso.

Nel 2023 Katalin Karikó riceve il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina. Il riconoscimento segna un punto di arrivo, ma soprattutto rende visibile un contributo che ha già modificato il modo di pensare la prevenzione e la terapia.

La sua storia mostra come alcune innovazioni decisive nascano dal lavoro paziente che permette di accumulare conoscenze e dalla capacità di risolvere problemi concreti (come individuare la soluzione per permettere all’RNA messaggero di non degradarsi subito appena entrato nel torrente ematico), più che da intuizioni spettacolari.

Raccontare oggi il percorso di Karikó significa ricordare che la medicina avanza quando la ricerca riesce a trasformare una buona idea in uno strumento affidabile, riproducibile e utilizzabile nella pratica clinica. È in questo passaggio – dal laboratorio al letto del paziente – che il suo lavoro ha lasciato un segno destinato a durare.