Uno dei primi ricordi che ho di Tito risale al suo arrivo a Pisa nel 1986. Io allora ero giovane, ancora poco conosciuto, e lavoravo in un piccolo studio del Dipartimento che, non senza ragione, veniva chiamato “il canile”. In quegli anni organizzavo insieme a Enrico Giusti seminari su Ghetaldi, Viète, Descartes e sulla matematica del primo Seicento. Tito venne a cercarmi quasi subito, semplicemente per conoscermi e per capire se ci fosse qualcosa che avremmo potuto fare insieme. È un gesto che ho sempre ricordato e che oggi mi sembra giusto ricordare anche pubblicamente: non aveva alcun bisogno di farlo, e fu da parte sua un gesto di curiosità intellettuale e di generosità.
Uno dei terreni sui quali cominciammo presto a discutere fu René Thom. In quegli anni Roberto Pignoni ed io avevamo lavorato per Einaudi all’edizione italiana dei Modelli matematici della morfogenesi, rivedendo profondamente la traduzione. Tito si era occupato da poco della teoria delle catastrofi, e ricordo una lunga discussione con lui e con Roberto su Thom. Del contenuto preciso di quella discussione, a tanti anni di distanza, non saprei più dire molto; mi è rimasto però molto netto il ricordo del suo modo di discutere: intenso, appassionato, tenace.
Con Tito, del resto, era difficile avere discussioni tiepide. Aveva idee forti, spesso molto personali, e le difendeva con passione e con una tenacia che rendevano il confronto con lui sempre vivo, talvolta acceso, mai puramente formale. Tito il confronto lo cercava. Negli anni continuò spesso a cercarmi e a discutere con me, anche quando le nostre posizioni erano molto lontane. Io avevo forse un’attitudine diversa: quando mi sembrava che una discussione avesse ormai chiarito sufficientemente le rispettive ragioni, tendevo più facilmente a lasciarla cadere. Tito no. Per lui le idee
meritavano di essere discusse fino in fondo. Ho avuto poi occasione di lavorare direttamente con lui, in particolare alla preparazione dell’edizione degli scritti musicali di Francesco Maurolico. Anche quel lavoro fu accompagnato da lunghe discussioni sull’interpretazione dei testi e sul modo migliore di presentarli. Alla fine quell’esperienza approdò all’edizione della Musica
di Maurolico, pubblicata nell’Edizione Nazionale e firmata insieme: ediderunt Tito M. Tonietti et Pier Daniele Napolitani.
Credo che proprio quel lavoro mostri bene uno dei tratti più caratteristici di Tito.
Per lui la storia della matematica e della scienza non era mai soltanto ricostruzione erudita di testi e risultati. Nei documenti cercava sempre problemi più ampi: i rapporti fra matematica e musica, fra scienza e cultura, fra tradizioni scientifiche diverse. La musica, in particolare, fu uno dei grandi fili conduttori della sua ricerca e uno degli aspetti più originali del suo percorso di studioso.
Un altro elemento importante del suo lavoro fu l’interesse per una storia della matematica non limitata alla tradizione europea. Negli anni si occupò anche di Cina, India e mondo arabo, cercando di mettere a confronto linguaggi, pratiche e forme diverse del sapere matematico. Era un modo di fare storia della scienza fortemente personale, spesso lontano dai percorsi più consueti, e proprio per questo capace di aprire discussioni.
Non sempre eravamo d’accordo, e credo che Tito stesso non avrebbe desiderato un ricordo costruito su una concordia che non c’era. Ma gli riconosco senza esitazione una curiosità intellettuale non comune, la capacità di attraversare confini disciplinari con grande libertà e una passione autentica per i problemi che affrontava.
Quando penso a lui, penso soprattutto a questo: alla forza con cui prendeva sul serio le idee. Le proprie, certamente, ma anche quelle degli altri, perché discutere con Tito significava essere chiamati a spiegare fino in fondo le proprie ragioni, spesso ben oltre il punto nel quale io avrei considerato conclusa la discussione. Ed è forse questa una delle forme più vere con cui un collega e uno studioso continua a restare nella memoria di chi lo ha conosciuto.
Pier Daniele Napolitani



