Contenuto principale della pagina Menu di navigazione Modulo di ricerca su uniPi

tavosanis cover "Lingue e intelligenza artificiale" (Carocci, 2018) è il titolo dell'ultimo libro di Mirko Tavosanis, professore di Linguistica italiana al dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica. Da sempre interessato tra lingua e tecnologie Tavosanis è anche autore di un blog, "Linguaggio e scrittura".

Pubblichiamo di seguito un estratto dal capitolo finale del libro.

***************

Nell’industria informatica, e non solo, è diffusa la fiducia nell’affidabilità delle previsioni sugli sviluppi tecnici. Guardando ciò che è disponibile oggi sembra facile individuare ciò che sarà disponibile domani.

In realtà, le previsioni sono sempre difficili. Lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale in relazione alla lingua dipende da molti fattori il cui peso oggi non è quantificabile. In primo luogo, l’estensione delle tecniche di “intelligenza artificiale”: può darsi che nel prossimo futuro vadano incontro a un rapido sviluppo, ma può anche darsi che tutte le svolte più importanti all’interno di questo paradigma siano già state compiute e che i miglioramenti da ora in poi siano solo di lieve entità. Su questo, i pareri degli addetti ai lavori oscillano da un estremo all’altro.

Inoltre, le questioni tecniche si combinano con questioni di altro genere. In passato, il pubblico ha rifiutato diversi prodotti informatici per ragioni puramente culturali. La tecnologia non opera in un vuoto, ma in un contesto in cui le mode o le scelte politiche e sindacali possono creare le condizioni per il successo o l’abbandono di interi settori di lavoro.

Detto questo, anche presupponendo tecnologie di “intelligenza artificiale” che non siano troppo innovative rispetto a quelle esistenti, esistono numerose aree in cui un forte sviluppo è prevedibile o perfino probabile. In alcuni casi, anzi, le possibilità di sviluppo sembrano perfino sottovalutate dall’industria.

 

Un team di ricercatori ha individuato un nuovo metodo più efficace per somministrare i farmaci nel trattamento delle degenerazioni retiniche come la maculopatia. La novità arriva dal dipartimento di Farmacia dell’Università di Pisa dove Susi Burgalassi, Daniela Monti, Nadia Nicosia, Silvia Tampucci, Eleonora Terreni e Patrizia Chetoni hanno condotto uno studio sperimentale in collaborazione con Andrea Vento direttore dell’Unità di oculistica dell’Ospedale Versilia di Viareggio. La ricerca finanziata con i fondi di Ateneo è stata appena pubblicato sulla rivista “Drug Delivery and Translational Research”, giornale ufficiale della Controlled Release Society.

 

Gruppo di ricerca_inside.jpg

Il gruppo di ricerca Unipi, da sinistra: Susi Burgalassi, Daniela Monti, Patrizia Chetoni, Silvia Tampucci, Eleonora Terreni



Ad oggi per la cura delle degenerazioni retiniche viene principalmente utilizzato il Bevacizumab, un farmaco che blocca la genesi vascolare della malattia, e la sua somministrazione avviene mediante iniezioni intraoculari all’interno del corpo vitreo ripetute, generalmente, a cadenza mensile.

“Queste ripetizioni aumentano il rischio e la gravità degli effetti collaterali che, in alcuni casi, possono essere anche molto seri – spiega Susi Burgalassi dell’Università di Pisa - del resto, la macromolecola del Bevacizumab non supera le barriere oculari in quantità terapeuticamente sufficienti se somministrato per via topica, cioè attraverso un semplice collirio”.

La soluzione sperimentata è stata quindi quella di mettere a punto un millimetrico impianto da inserire nell’occhio sotto la congiuntiva per il rilascio prolungato del farmaco, che si “dissolve” naturalmente una volta esaurito il suo compito. Si tratterebbe cioè di una “matrice” ottenuta mediante liofilizzazione e realizzata con un polimero che deriva dalla cellulosa.

 


infografica_matrice.jpg

Immagine di un occhio, la freccia azzurra indica la posizione precisa dell’inserimento della matrice, sotto la congiuntiva superiore che ricopre la sclera, a destra la matrice


“La possibilità di dosare il farmaco attraverso questo sistema, pur mantenendo un certo grado di invasività, porterebbe ad una diminuzione della frequenza di somministrazioni, con conseguente diminuzione dell’incidenza di effetti collaterali”, aggiunge Susi Burgalassi.

La sperimentazione condotta su modelli animali ha quindi rivelato che il dispositivo può essere ben tollerato e che è in grado di rilasciare il farmaco per circa 3 mesi.

“Il sistema è sicuramente migliorabile in termini di facilità di applicazione e durata del rilascio e questo lavoro getta le basi per ulteriori ricerche in questo senso – conclude Burgalassi – ma già adesso le nostre matrici sono pensate per essere prodotte a livello industriale e, al contrario dei dispositivi sinora sperimentati, possono essere facilmente rese sterili con processi conosciuti e sicuri”.

Iadriano_carpita.jpgl 5 maggio 2018 è mancato Adriano Carpita, professore di Chimica Organica del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale.

Nato a San Miniato nel 1953, Adriano Carpita ha studiato Chimica presso l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore dal 1972 al 1978 e in seguito è stato perfezionando della S.N.S. Dal 1981 è diventato ricercatore della stessa S.N.S. e nel 1988 è stato chiamato come professore associato all’Università di Pisa .

Le sue ricerche hanno riguardato principalmente lo sviluppo di reazioni di cross-coupling C-C promosse da metalli di transizione, l’uso di microonde e/o di catalizzatori costituiti da nanoparticolati metallici supportati, e la possibilità di condurre tali reazioni in sistemi a flusso continuo, anziché nei classici reattori batch. Le applicazioni di tali metodologie hanno in gran parte riguardato la sintesi vari tipi di sostanze naturali o loro analoghi, di interesse per l’agricoltura (fra i quali, in particolare, i semiochimici degli insetti) e anche di sostanze, o classi di sostanze, potenzialmente antitumorali.

Il professor Carpita si è dedicato con passione alla ricerca e all’insegnamento, con grande apprezzamento da parte di numerosi allievi, senza mai risparmiarsi neanche a fronte di gravi problemi di salute.

 

guidi_inside.jpg"Le avventure delle Aventures. Traduzioni del Télémaque di Fénelon tra Sette e Ottocento" (Edizioni Ets, 2018) è il titolo del volume curato di Marco Guidi, ordinario di Storia del pensiero economico al dipartimento di Economia e Management, e di Marco Cini, ricercatore di Storia economica al Dipartimento di Scienze Politiche.

La pubblicazione, frutto di un lavoro interdisciplinare a partire da un Progetto di Ricerca di Ateneo (PRA), contiene i contributi di Giulia Bianchi, Fabrizio Bientinesi, Alexandre Calvanese, Federica Cappelli, Elena Carpi, Marco Cini, Carolina Flinz, Marina Foschi Albert, Daniela Giaconi, Laura Giovannelli, Marco E. L. Guidi, Marianne Hepp, Monica Lupetti, Luca Mi-chelini, Letizia Pagliai, Alessandro Russo, Gertjan Schutte, Barbara Sommovigo.

Pubblichiamo di seguito alcuni estratti dall'introduzione al volume firmata dai due curatori.

*************************************

Uno sconfinato, interminabile viaggio. Così è apparsa, agli autori di questo volume, la traiettoria compiuta dalle traduzioni di uno dei più fortunati romanzi che la letteratura europea moderna abbia mai partorito: Les Aventures de Télémaque, fils d’Ulysse di Fénelon, pubblicato per la prima volta dalla vedova Barbin agli inizi del 1699, all’insaputa dell’autore, tradito da un infido servitore.

La fortuna di questo best-seller (e long-seller) era già nota, così come si sapeva quanto tale fortuna fosse da attribuire tanto alle numerose – e difficilmente numerabili – edizioni in francese, molte delle quali, peraltro, uscite al di fuori dell’Esagono, quanto alle versioni redatte nelle più disparate lingue del mondo. E ancora, agli adattamenti che, fino alle soglie del XX secolo, interessarono generi diversi come il dramma, l’opera, l’operetta, la zarzuela, il balletto, in un circolare di versioni e traduzioni che accompagnava i trasferimenti di impresari teatrali, direttori d’orchestra, maestri di coro, attori, cantanti, ballerini, e che, significativamente, aveva punti di partenza diversi dalla Parigi nella quale era stato concepito il loro palinsesto. [...]

È tempo allora di parlare di questo volume e di ciò che in esso si possa o meno trovare. Esso non nasce da esperti di Fénelon, ma da un gruppo multidisciplinare di storici delle idee economiche, linguistiche e letterarie incuriositi, a diverso titolo, dall’incredibile successo di questa opera presso pubblici diversi e in contesti nazionali frequentati dalle loro ricerche.

L’appendice a questa introduzione narra del progetto di ateneo dell’Università di Pisa che ha consentito a questa indagine di andare a buon fine. Quello che qui preme sottolineare è che il Télémaque riflesso, recepito e adattato che abbiamo studiato è stato oggetto di letture e usi diversi, tutti resi possibili dalla natura polifonica dell’opera, al contempo speculum principis, manuale di economia politica, trattato sulle gerarchie sociali e sulle virtù civili e guerresche, strumento pedagogico, introduzione all’epica classica, capolavoro della letteratura romanzesca, espressione magistrale di un francese letterario puro e raffinato. L’elenco appena fatto, del resto, è esso stesso un risultato della nostra ricerca, perché proprio le diverse traduzioni, intese come trasformazioni ipertestuali del palinsesto da cui derivano, traggono le loro condizioni di possibilità dalla polifonia del testo fonte e al contempo ne sono le cartine di tornasole, rendendo quanto mai pertinente la definizione che Hans Robert Jauss ha dato della ricezione come senso di un’opera

The international competition WIBE Prize (World Innovation in Bridge Engineering) 2017 edition involved more than 200 designers from about 50 countries with an innovative contribution into Bridge Engineering field. A team of the University of Pisa composed of Prof. Ing. Maurizio Froli, professor of structural design, and the PhD students Agnese Natali and Francesco Laccone ranked the second place with a project entitled “The TVT δ “rainbow” bridge: a new technique for long-spanned, highly transparent footbridges”.

TVT-Delta full_web.jpg

The footbridge is based on a novel technique that has been object of two patents filed by prof. Froli for the University of Pisa. The structure is based on the use of glass as main structural material and is able to exceed the span of 30 meters with a double walkway.

The decision has been taken by a qualified Jury of world experts in Bridge Engineering over four selection stages, lasting totally more than one year. A Merit Award has been attributed to the team led by prof. Froli and to the third ranked project. The First WIBE Prize Award Cerimony will take place during the IABSE Symposium, in the Duke of Braganza's Palace, Guimarães (Portugal), on the 26th March 2019.

FotoFLNWibePrize.jpg

Pillole video per raccontare la civiltà dei faraoni. E’ nata così la prima stagione di “Frammenti di Egitto”, un’iniziativa dell’associazione studentesca “Volo – Viaggiando Oltre L’Orizzonte” realizzata con la supervisione scientifica di Gianluca Miniaci, ricercatore di Egittologia e Civiltà Copta dell’Ateneo pisano. Sono in tutto sei puntate, ognuna dedicata ad un particolare tema, dei mini documentari in cui si raccontano in chiave divulgativa storia, archeologia, religione e vita quotidiana dell'antico Egitto. I video saranno “in onda” ogni mercoledì dal 18 aprile al 23 maggio sulla pagina Facebook  e sul canale YouTube dell’associazione Volo.
“Su suggerimento del professor Miniaci, abbiamo aperto una finestra di dialogo con il pubblico su alcune tematiche di maggiore respiro che, proprio per il fascino che la civiltà dei faraoni esercita sull’immaginario collettivo, si prestano troppo spesso a ipotesi fantasiose”, spiegano dall’associazione, in gran parte formata da studenti e dottorandi di Egittologia.

 

frammenti d'egitto


E così per alcuni mesi, grazie ai fondi dell’Università di Pisa destinati alle attività studentesche, i ragazzi si sono cimentati nella registrazione delle puntate scegliendo come “location” alcuni dei luoghi più caratteristici dell’Ateneo: la Gipsoteca di Arte Antica, il Museo e Orto Botanico e il Museo di Anatomia Umana. Francesca Federico, coadiuvata da Emiliano Cicero e Matteo Santini, ha realizzato regia e montaggio delle sei puntate, mentre soggetto, testo e immagini sono stati curati dagli “attori” che compaiono di volta in volta in video, Camilla Saler, Miriam Colella, Cristina Alù, Divina Centore, Mattia Mancini.

 

associazione volo

Le studentesse e gli studenti dell'associazione Volo

“In un periodo in cui l’università si apre alla divulgazione scientifica e culturale e in cui il ‘public engagement’ è diventato uno dei parametri usati dall’ANVUR nella valutazione degli atenei italiani – conclude Gianluca Miniaci – “Frammenti d’Egitto” è un piccolo ma interessante esperimento che vuole accompagnare il grande pubblico verso il mondo dell’Egittologia, un primo tentativo di produrre una serie a più ampia diffusione coinvolgendo studenti e dottorandi dell’Università di Pisa”.

Ecco dunque il palinsesto delle puntate già andate in onda e di quelle future:
Puntata 1 – “Gli Hyksos” (Camilla Saler, laureanda OEVO), 18 aprile;
Puntata 2 – “La Valle dei Re” (Miriam Colella, laureanda OEVO), 25 aprile;
Puntata 3 – “Il deserto nell’immaginario antico-egiziano” (Cristina Alù, dottoranda in Storia), 2 maggio;
Puntata 4 – “I costumi funerari del tardo Medio Regno” (Divina Centore, laureanda OEVO), 9 maggio;
Puntata 5 – “Il ruolo della donna a Deir el-Medina” (Miriam Colella, laureanda OEVO), 16 maggio;
Puntata 6 – “Gli ushabti” (Mattia Mancini, dottorando in Storia), 23 maggio.

 

Si è conclusa l’edizione 2017 del prestigioso concorso internazionale WIBE Prize (World Innovation in Bridge Engineering) riservato a progetti innovativi nel campo della costruzione di ponti al quale hanno partecipato oltre 200 progettisti provenienti da circa 50 paesi di tutto il mondo. Il team dell’Università di Pisa, composto dal professor Maurizio Froli, titolare della cattedra di Tecnica delle costruzioni I, e dai dottorandi Agnese Natali e Francesco Laccone, ha conquistato la seconda posizione con il progetto intitolato “The TVT δ “rainbow” bridge: a new technique for long-spanned, highly transparent footbridges”.

TVT-Delta full_web.jpg

Il progetto pisano ha proposto una passerella pedonale costruita quasi integralmente in vetro dotata di due livelli di camminamento sovrapposti e capace di superare 30 metri di luce sfruttando una tecnica innovativa sulla quale il professor Froli ha depositato due brevetti per l’Università di Pisa.

I primi otto progetti classificati hanno superato quattro livelli di selezione condotta lungo l’arco di oltre un anno da quattro commissioni diverse, tutte composte dai massimi esperti mondiali nella progettazione di ponti, e verranno presentati a imprese di costruzione internazionali specializzate nella costruzione di ponti. Al team guidato dal professor Froli e a quello del progetto terzo classificato è stata attribuita inoltre una speciale menzione di merito.
La cerimonia della premiazione del Wibe Prize 2017 avrà luogo il 26 marzo 2019 a Guimarães, in Portogallo, alla presenza del Capo dello Stato portoghese. La prossima edizione del premio verrà bandita nel 2020.

FotoFLNWibePrize.jpg
Il professor Maurizio Froli, al centro, con i dottorandi Agnese Natali e Francesco Laccone.

Sarà una giornata di grande festa venerdì 4 maggio, con tutti i protagonisti di una lunga storia di successi, cominciata nel 1996 e arrivata fino ad oggi con il traguardo, superato a fine 2017, dei 2000 trapianti di fegato (dall’inizio del 2018 ne sono già stati effettuati altri 46). E Pisa - il cui nome è legato indissolubilmente ai trapianti avendo cominciato nel lontano 1972 con il professor Mario Selli, che effettuò il primo trapianto di rene, e successivamente con il professor Franco Mosca, che si adoperò affinché si attivasse in Regione un vero e proprio programma di trapianto renale con lista di attesa unica - continua a tenere alto il nome avendo negli anni sperimentato tecniche innovative anche a livello internazionale, continuando a portare avanti con successo i trapianti di fegato, rene, pancreas, pancreas isolato e cellule staminali ematopoietiche.
Si celebrerà così il traguardo dei duemila trapianti di fegato e, per l’occasione, il professor Franco Filipponi (nella foto) - che è stato un altro grande protagonista di questa lunga storia – ha scritto un libro che verrà dato in omaggio a chi vorrà partecipare alla festa nel pomeriggio al Teatro Verdi.

trapianti1

Si comincia in mattinata, con un convegno scientifico alle Officine Garibaldi (EpaDay, dalle 8,30 alle 15,30) e poi l’evento si trasferisce al Teatro Verdi, alle 17.30, con una cerimonia alla presenza delle autorità locali e regionali, dell’Università di Pisa e delle istituzioni cittadine che prevede proiezione di filmati, il saluto di tutti i protagonisti di questa avventura, una lettura magistrale e infine un concerto.

Con il traguardo dei 2000 trapianti di fegato Pisa si è collocata ai vertici della classifica nazionale e internazionale in questo settore, per numero e qualità dei risultati, attraendo un numero sempre crescente di pazienti dall’intera regione, dall’Italia e dall’estero, grazie al fatto di aver potenziato a livello regionale l’attività di donazione di organi guidata dall’Ott-Organizzazione toscana trapianti (istituita nel luglio 2003 e il cui primo coordinatore è stato proprio il professor Filipponi), e aver favorito la collaborazione, all’interno dell’Aoup, fra tutte le strutture e i servizi che lavorano da anni alla riuscita del programma. Nel 2015 e nel 2016 Pisa ha strappato il primato nazionale dei trapianti di fegato con rispettivamente 119 e 136 trapianti effettuati. Il 2017 è stato concluso con un ulteriore aumento: 142 trapianti (anche se il primato è andato stavolta a Torino), ma comunque è stato l’anno del traguardo dei duemila trapianti dall’inizio dell’attività. La carta vincente di questo successo è stata il modello di integrazione del personale medico, infermieristico e tecnico e l’esistenza di una fitta rete di collaborazione interprofessionale. Esempio ne è il Coordinamento trapianti di fegato che garantisce operatività per le donazioni e i trapianti 24 ore su 24, insieme al personale dell’Unità operativa, della terapia intensiva, della sala operatoria e di tutti i servizi diagnostici aziendali. Una macchina rodata che non si è mai fermata nel corso di questi anni e continua a offrire un esempio incontrastato di efficienza sanitaria.
Il ringraziamento doveroso va quindi va alla rete regionale di donazione, ai coordinamenti aziendali, al personale medico, infermieristico, tecnico-sanitario e di laboratorio che giornalmente sostiene l’attività di procurement di organi e, soprattutto, va ai donatori di organi e alle loro famiglie che, con immenso spirito di sacrificio, hanno sostenuto e continuano a sostenere l’attività di trapianto nella nostra regione.

trapianti2

Altro traguardo, staccato nei primi mesi del 2018, è stato l’esecuzione del primo trapianto di fegato DCD (donazione dopo la morte cardiocircolatoria) mediante utilizzo del sistema di perfusione normotermica, primo intervento di questo tipo mai realizzato in ambito internazionale. Altri centri italiani ed esteri hanno infatti realizzato trapianti di fegato da donatore a cuore non battente, ma nessuno aveva ancora usato la combinazione delle due procedure, ossia anche la perfusione normotermica. Attualmente i trapianti di questo tipo effettuati in Aoup dall’inizio del 2018 sono 2 grazie al fatto che, dal 2017, la macchina organizzativa del Centro trapianti di fegato ha lavorato alla realizzazione della perfusione normotermica dell’organo del donatore, un’innovativa tecnica che consente di perfonderlo dopo il prelievo con sangue e nutrienti e prima ancora che sia trapiantato nel ricevente. Lo scopo di combinare la perfusione normotermica al trapianto da DCD è di migliorare le condizioni del fegato e di “testarlo” prima che sia trapiantato, valutandone la qualità. Questa tipologia di intervento, che in Regione si effettuava già dal 2016 per i trapianti di rene, ha aperto quindi la strada all’attivazione su grande scala del programma DCD regionale con la prospettiva di offrire una soluzione terapeutica ai pazienti in attesa di un fegato.

(fonte: Ufficio stampa AOUP)

Un nuovo materiale intelligente sviluppato al dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa permetterà di realizzare una nuova classe di sensori ultrasensibili per industria 4.0, medicina personalizzata e applicazioni robotiche. Autore dello studio è il gruppo di ricerca del professor Giuseppe Barillaro, in particolare la dottoranda Rossella Iglio, che ha sviluppato e testato il materiale in collaborazione con ricercatori del CNR-IEIIT di Pisa. Il principale vantaggio di questo materiale, rispetto a quelli finora utilizzati per realizzare sensori di spostamento e forza, è la sua capacità di misurare forze e spostamenti molto piccoli (come una zanzara - pochi micrometri e qualche decina di milligrammi), ma allo stesso tempo relativamente grandi (come un iPad - qualche centimetro e 500 grammi di peso), con la stessa accuratezza. Il lavoro è stato recentemente pubblicato sulla rivista ACS Applied Materials and Interfaces.

materiale intelligente.jpg

“In genere, queste due caratteristiche non coesistono in un unico materiale – spiega il professor Giuseppe Barillaro – ma ingegnerizzando un materiale polimerico in forma di spugna microstrutturata, questo risulta molto morbido per basse deformazioni e forze, diventando sempre più duro all’aumentare del livello di deformazione/forza. La sua decorazione con una rete di nanotubi di carbonio ha permesso infine di tradurre le variazioni delle proprietà meccaniche del materiale in un segnale elettrico con elevata sensibilità. Crediamo che questo materiale potrà aprire nuove strade per la realizzazione di sensori capaci di monitorare in tempo reale e in maniera riproducibile forza/pressione e spostamento/deformazione in molti ambiti di industria 4.0, ma anche in campo medico e robotico”.

iglio_barillaro.jpg
Rossella Iglio e Giuseppe Barillaro.

“Si tratta di un materiale piezoresistivo, cioè capace di tradurre una forza o uno spostamento in una variazione della sua resistenza elettrica, ottenuto decorando una spugna microstutturata di materiale polimerico flessibile e biocompatibile, con una rete nanostrutturata di nanotubi di carbonio”, aggiunge Rossella Iglio, dottoranda sotto la supervisione del professor Barillaro che ha sviluppato e testato il materiale. “Il processo di preparazione è a basso costo, scalabile su grandi aree e adattabile a diverse geometrie, permettendo così di realizzare sensori di spostamento e forza sia puntiformi che distribuiti. Al momento stiamo lavorando allo sviluppo di sensori tattili, con il fine di realizzare una pelle artificiale capace di tradurre informazioni di forza e movimento in un segnale elettrico”.

Bacillus Clausii probioticsIl gruppo di ricerca della professoressa Emilia Ghelardi, docente di Microbiologia all'Università di Pisa, ha condotto uno studio che ha messo a confronto le formulazioni probiotiche più diffuse in Italia, valutandone le caratteristiche. I risultati sono stati pubblicati nel mese di marzo sulla rivista scientifica “Frontiers in Medicine” e presentati al quarto Congresso Internazionale "Probiotics, Prebiotic in Pediatrics" sul mondo dei probiotici che si tenuto a Bari da 12 al 14 aprile.

In questo lavoro sono stati confrontati, in maniera qualitativa e quantitativa, la vitalità dei ceppi probiotici commerciali più diffusi in Italia, rivelando una buona qualità microbiologica ma notevoli differenze nel comportamento, in presenza di acidi e bile, per le formulazioni probiotiche commercializzate in Italia. Enterogermina®, Yovis®, VSL3® sono risultate le uniche formulazioni in grado di tollerare la condizione acida dell’ambiente gastrico. Inoltre, è stato dimostrato che soltanto i microrganismi presenti in Enterogermina® sono in grado di moltiplicarsi nel fluido gastrointestinale, resistendo all'azione della bile e della pancreatina.

emilia ghelardi«Il nostro studio ha suggerito che per la valutazione delle qualità di un probiotico bisogna tener conto di due aspetti – spiega la professoressa Ghelardi (a sinistra nella foto)- Il probiotico deve, in primo luogo, passare indenne attraverso il tratto gastrointestinale e in particolare resistere ai succhi gastrici e alla bile, poi in secondo luogo, deve essere in grado di colonizzare l’intestino e mantenere le funzioni benefiche per il quale è stato somministrato, nonché deve essere esente da contaminazioni.

Relativamente alla capacità di resistere all’acidità gastrica, i conteggi microbici hanno mostrato una significativa riduzione del numero di organismi vitali dopo l’incubazione nel succo gastrico della maggior parte delle formulazioni considerate. Tra le formulazioni considerate, ben sette hanno subito una significativa riduzione del numero di organismi vitali dopo l'incubazione nel succo intestinale, mentre le spore di B. clausii contenute in Enterogermina® sono state le uniche in grado non solo di sopravvivere ma di moltiplicarsi attivamente nel fluido intestinale».

Questo lavoro ha confermato che le caratteristiche qualitative di un prodotto probiotico declinano nella sua qualità microbica e nella resistenza all'ambiente gastrico.

****
Guarda l'intervista di ADNkronos alla professoressa Ghelardi.

Questo sito utilizza solo cookie tecnici, propri e di terze parti, per il corretto funzionamento delle pagine web e per il miglioramento dei servizi. Se vuoi saperne di più, consulta l'informativa