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Numero 1
Marzo 2000
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Progetto Virgo
di Andrea Addobbati

Missioni archeologiche in Egitto
di Edda Bresciani

Le ricerche in Antartide dei geologi del nostro Ateneo
di Pietro Armienti

È partito il  Master in Comunicazione pubblica e politica
di Piero Floriani

Il nuovo corso di studio in biotecnologie agroalimentari
di Fiorella Battaglia

Biotecnologie: prospettive e problemi
Gli interrogativi etici
Per una scienza consapevole. Le potenzialità e i limiti della ricerca


Il progetto Diogene
di Francesca Romano

Lavorare a distanza
di Carlo Cosmatos

Innovazione in biblioteca
di Renato Tamburrini





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Biotecnologie: prospettive e problemi

Ma cosa sono le biotecnologie, e quanto sono sicure? Lo abbiamo chiesto al professor Marco Paolo Nuti, il presidente del nuovo corso di laurea in biotecnologie agroindustriali, e insieme con i professori Mauro Durante, Sergio Miele, Giampaolo Andrich e Gianni Vannacci, membro del comitato di attivazione.

La Federazione europea delle società di biotecnologia ha definito biotecnologia moderna l’uso tecnologico di cellule animali, vegetali e microbiche, o parti di esse, per la produzione di beni e servizi e per la tutela dei beni ambientali. Perché parla di biotecnologie "moderne"?
La produzione di Kefir, yogurt, vino e pane è conosciuta da diversi secoli, gli assiro-babilonesi producevano la birra dall’emmer, il progenitore del nostro orzo, l’insilato è una tecnica altrettanto antica per la produzione di fermenti lattici dall’erba posta a macerare nei silos: sono tutte tecnologie più che tradizionali che dimostrano però che la moderna rivoluzione biotecnologica ha radici antiche, che i nuovi metodi vegetali proseguono una tendenza da sempre presente nella storia dell’uomo. Detto questo non si deve però trascurare che possono esistere dei rischi e occorre prendere seriamente in considerazione i dubbi che inevitabilmente assalgono i ricercatori. Ma se il dubbio è legittimo e va coltivato, non lo è la diffidenza cieca, perché non bisogna dimenticare che queste tecnologie procedono da quella stessa ricerca che ha consentito l’isolamento dell’insulina, a cui molte migliaia di diabetici ogni giorno devono la vita, e l’isolamento dell’interferone, che ha la gratitudine dei malati di leucemia.

Quindi secondo lei non è giusto demonizzare?
No, e soprattutto non si può andare verso una moratoria della sperimentazione, ipotesi che tra l’altro viene esclusa nelle direttive dell’Unione europea, perché una soluzione di questo tipo ci porterebbe in pochi anni a diventare dei semplici rivenditori della ricerca sviluppata altrove.

Cosa bisogna fare dunque?
Ciò che io, in quanto ricercatore, mi devo chiedere è se esistono i metodi per poter monitorare con precisione gli ogm (organismi geneticamente modificati). Bisogna assicurarsi che la ricerca venga fatta in condizioni di sicurezza, occorre insomma avere un atteggiamento di cautela, e capire che, ad esempio, la difesa della tipicità dei prodotti non è in alternativa alle nuove tecnologie: bisogna fare tutte e due le cose! Occorre ricordare che esiste un quadro legislativo assai dettagliato, perciò l’obiezione che siamo senza regole non ha fondamento. La norma sull’etichettatura dei prodotti, contenuta nella novel food, garantisce l’esistenza di un dossier per l’autorizzazione alla commercializzazione compilato da gruppi di 75 panels.

Si tratta di problemi molto avvertiti capaci di suscitare posizioni contrastanti…
Non si deve dimenticare che i prodotti agroalimentari sono caratterizzati da una forte componente culturale: testimoniano delle tradizioni dei popoli e dei loro costumi, così come dei cambiamenti in atto. È proprio sulla base di queste riflessioni e della dimensione etica che la discussione intorno a questi temi è capace di mettere in luce che stiamo valutando la possibilità di inserire nei curricula del secondo biennio un insegnamento di filosofia, in modo che i nostri studenti siano consapevoli dell’orizzonte eticamente problematico in cui dovranno sempre muoversi. (f.b.)
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