Per una
scienza consapevole.
Le potenzialità e i limiti
della ricerca
I corsi di studio approntati dalle facoltà
scientifiche in futuro dovrebbero prevedere anche alcuni insegnamenti di
filosofia. Infatti la "cassetta degli attrezzi" del ricercatore scientifico
dovrebbe poter comprendere la logica epistemologica, gli studi cognitivisti,
ma anche le riflessioni di carattere etico connesse alla scienza applicata,
un’esigenza, questa, sempre più avvertita, come dimostra il recente
dibattito sulle biotecnologie. Abbiamo affrontato questo tema con il prof.
Gianfranco Fioravanti, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia.
La filosofia, nel suo presunto allontanamento dal mondo, ha elaborato
concettualità e messo a punto tematiche che oggi sono oggetto di
accese discussione fra scienziati e sociologi. Penso, per esempio, alle
tanto contestate questioni che si concentrano sotto il titolo di "bioetica".
Come valuta, professor Fioravanti, la ventilata introduzione dell’insegnamento
di filosofia all’interno di corsi di studi che sembrerebbero non avere
molto in comune con questa disciplina?
La possibilità dell’allargamento a settori culturali e professionali
dell’insegnamento della filosofia è sicuramente un segno positivo.
Non si tratterà di un insegnamento filosofico così come si
è tradizionalmente sedimentato dal tempo della riforma Gentile.
È questa una riflessione che mi mette in gioco anche personalmente,
perché non saranno le discipline storico-filosofiche, come la storia
della filosofia medievale, le protagoniste di questa apertura.
Quali saranno allora le discipline coinvolte?
Sarà innanzitutto il settore morale nei suoi sviluppi più
recenti della bioetica e delle etiche applicate, e quello scientifico-tecnologico
con le ricerche logico-epistemologiche e le applicazioni nel campo delle
scienze cognitive.
Insomma ad un modello di filosofia intesa come "scienza" autonoma
se ne sostituisce uno nuovo, in cui essa diviene declinazione di saperi
diversi, diviene "filosofia di…"?
Sì, ma con l’ulteriore articolazione del problema in due livelli
differenti. Uno più ampio che risponde ad esigenze diffuse in tutte
le scienze: lo storico, il geologo, il chimico devono poter padroneggiare
allo stesso modo gli elementi fondamentali di un discorso orale e scritto.
Essi, come chiunque voglia che le sue idee e teorie posseggano forza di
persuasione, devono avere familiarità non solo con le regole dell’argomentazione
retorica (che non è mera eloquenza o bello stile, ma costituente
essenziale della costruzione della comunicazione scientifica e non), ma
anche con quelle della logica, codificate per la prima volta nell’ambito
della riflessione filosofica antica. In passato, all’ampliamento delle
competenze linguistiche assolveva la scuola secondaria, oggi questo compito
è slittato in avanti: è la formazione universitaria che se
ne deve fare carico. Retorica e filosofia, che hanno avuto anche un passato
di rapporto conflittuale, si trovano ora accomunate da un’istanza di base
che come tale attraversa tutte le discipline.
E il secondo livello?
Riguarda l’apertura di campi interattivi del sapere. È un livello
alto di specializzazione che mette in gioco gli sviluppi più recenti
della filosofia: come quello del cognitivismo, dell’intelligenza artificiale
e della bioetica. Lo "studio della mente", per esempio, connesso a vario
titolo con la ricerca scientifica, ha partecipato alla rivoluzione concettuale
avviata nella psicologia, nelle neuroscienze e nelle scienze dell’informazione.
Se la filosofia è chiamata oggi a svolgere una funzione formatrice
non solo nella Facoltà di Lettere, lo è secondo l’articolazione
di questo doppio livello.