Gli interrogativi
etici
Molti sono i problemi di ordine etico connessi all’uso
delle biotecnologie in campo agroalimentare. Tra questi, alcuni riguardano
i principi etici in gioco, altri le questioni concrete e i dilemmi pratici.
Riguardo ai principi si confrontano il principio
della disponibilità umana della natura (biologica e genetica) e
quello della indisponibilità o inviolabilità della natura.
In base al primo si sostiene che gli uomini sono
sempre intervenuti sulla natura, modificandone assetti e selezionandone
i prodotti. Non sembra esservi, in linea di principio, alcuna illiceità
morale nell’intervenire anche sulla struttura genetica degli organismi
viventi. Questi interventi produrrebbero benefici economici, alimentari
e sanitari per le popolazioni umane del pianeta (più alimenti e
di migliore qualità, riduzione di pesticidi e diserbanti, nuove
sostanze chimico-farmaceutiche, ecc.) e sensibili miglioramenti delle piante
(più resistenti allo ‘stress’ ambientale e all’attacco di virus
e parassiti).
In base al secondo principio si sostiene invece che
la capacità umana, acquisita attraverso le biotecnologie, di intervenire
non più o non solo sull’organismo ma sul gene aprirebbe nuovi ed
inquietanti scenari. L’ingegneria genetica, si suol dire, amplia il potere
umano sulla natura molto più di qualsiasi tecnologia precedente.
Grazie ad essa verrebbero abbattute le Colonne d’Ercole
dell’Etica in quanto passerebbero sotto il nostro controllo le basi genetiche
dell’ereditarietà. In quest’ottica si argomenta ad esempio che il
concetto di specie come entità unica, separata, riconoscibile, diventerebbe
evanescente. I confini e i vincoli naturalmente fissati tra le specie sarebbero
annullati in virtù della capacità umana di miscelare le cellule
animali, vegetali, microbiche. In una parola la Vita (e non solo quella
non-umana) perderebbe, con la perdita delle "identità di specie",
la sua sacralità, riducendosi ad aggregato di informazioni e materiali
chimici ricombinabili.
In questa querelle la posizione che assegna alla
natura (biologicamente e geneticamente intesa) una sorta di primato morale
o fine in sé, per cui qualsiasi intervento umano sul materiale genetico
sarebbe illecito o addirittura sacrilego, risulta poco convincente.
Essa rinvia a una preconcetta diffidenza (gli uomini
come inguaribili apprendisti stregoni), a idee oscure e pre-scientifiche
(cosa è l’identità di specie?) e a visioni in cui la predizione
di ineluttabili catastrofi soppianta l’analisi probabilistica dei rischi.
Questa posizione manca inoltre di considerare che l’etica non è
una collezione di astratti divieti, ma uno strumento per il benessere degli
uomini e, in genere, di tutti gli individui senzienti. Questo significa
che non solo gli interventi sulla natura necessitano di adeguate ragioni
e giustificazioni morali, ma anche le astensioni e omissioni, in particolare
quando procurino mancati benefici: e nel caso delle biotecnologie è
difficile negare o sottovalutare i successi che esse hanno conseguito sul
piano medico-farmacologico, consentendo ieri l’isolamento di insulina e
interferone e domani, forse, la produzione di anti-ossidanti e anti-radicali
liberi per la prevenzione dei tumori.
Sulle questioni di principio, dunque, la posizione
che assegna alla natura un primato morale mostra la corda, in quanto non
dovremmo mai considerare ciò che la natura fa, ma quel che è
bene fare.
Piuttosto è sulle questioni concrete e sui
dilemmi pratici che ci si dovrà attentamente e pubblicamente confrontare,
anche tra i non addetti ai lavori. Tali questioni riguardano, per esempio,
l’impatto dei prodotti geneticamente modificati sui suoli, sulle sostanze
nutritive dei suoli e sugli ecosistemi in genere; i controlli di sicurezza
sui cosiddetti alimenti transgenici; lo studio e la prevenzione dei rischi,
se esistono, di trasmissione di materiale genetico ricombinato ai batteri
presenti nell’organismo umano; la compatibilità o meno degli organismi
geneticamente modificati con l’agricoltura tradizionale e la tradizionale
bio-diversità, ecc.
Sono questioni di estrema importanza, che consigliano,
in primo luogo, cautela e prudenza agli esperti in funzione del minor danno
prevedibile e esigono, in secondo luogo, un’opinione pubblica informata
e scaltrita. Bene dunque ha fatto a mio parere la Facoltà di Agraria
dell’Università di Pisa a ipotizzare un insegnamento etico-filosofico
nel nuovo corso di laurea in Biotecnologie agroalimentari dedicato all’analisi
razionale di tali (e altre) problematiche.
A questo insegnamento, se mi è consentito,
suggerisco di dare il nome di "Etica Ambientale", una disciplina oggi assai
diffusa nelle università anglosassoni, e non solo nei corsi di laurea
in Filosofia. Scopo dell’ "Etica ambientale" è di esaminare in modo
chiaro, rigoroso e argomentato, al di là di acritici entusiasmi
e di astratte e immotivate censure, i principali problemi sollevati dall’uso
umano della natura non umana, in un’età in cui le biotecnologie,
insieme a nuove chances per il benessere delle persone, pongono anche nuove
sfide e indicano nuove direzioni al pensiero morale.
Sergio Bartolommei
Docente di Bioetica
Facoltà di Lettere e Filosofia
Università di Pisa
r.sisto@tecnoufficio.com