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Numero 1
Marzo 2000
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Progetto Virgo
di Andrea Addobbati

Missioni archeologiche in Egitto
di Edda Bresciani

Le ricerche in Antartide dei geologi del nostro Ateneo
di Pietro Armienti

È partito il  Master in Comunicazione pubblica e politica
di Piero Floriani

Il nuovo corso di studio in biotecnologie agroalimentari
di Fiorella Battaglia

Biotecnologie: prospettive e problemi
Gli interrogativi etici
Per una scienza consapevole. Le potenzialità e i limiti della ricerca


Il progetto Diogene
di Francesca Romano

Lavorare a distanza
di Carlo Cosmatos

Innovazione in biblioteca
di Renato Tamburrini





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Gli interrogativi etici

Molti sono i problemi di ordine etico connessi all’uso delle biotecnologie in campo agroalimentare. Tra questi, alcuni riguardano i principi etici in gioco, altri le questioni concrete e i dilemmi pratici.
Riguardo ai principi si confrontano il principio della disponibilità umana della natura (biologica e genetica) e quello della indisponibilità o inviolabilità della natura.
In base al primo si sostiene che gli uomini sono sempre intervenuti sulla natura, modificandone assetti e selezionandone i prodotti. Non sembra esservi, in linea di principio, alcuna illiceità morale nell’intervenire anche sulla struttura genetica degli organismi viventi. Questi interventi produrrebbero benefici economici, alimentari e sanitari per le popolazioni umane del pianeta (più alimenti e di migliore qualità, riduzione di pesticidi e diserbanti, nuove sostanze chimico-farmaceutiche, ecc.) e sensibili miglioramenti delle piante (più resistenti allo ‘stress’ ambientale e all’attacco di virus e parassiti).

In base al secondo principio si sostiene invece che la capacità umana, acquisita attraverso le biotecnologie, di intervenire non più o non solo sull’organismo ma sul gene aprirebbe nuovi ed inquietanti scenari. L’ingegneria genetica, si suol dire, amplia il potere umano sulla natura molto più di qualsiasi tecnologia precedente.
Grazie ad essa verrebbero abbattute le Colonne d’Ercole dell’Etica in quanto passerebbero sotto il nostro controllo le basi genetiche dell’ereditarietà. In quest’ottica si argomenta ad esempio che il concetto di specie come entità unica, separata, riconoscibile, diventerebbe evanescente. I confini e i vincoli naturalmente fissati tra le specie sarebbero annullati in virtù della capacità umana di miscelare le cellule animali, vegetali, microbiche. In una parola la Vita (e non solo quella non-umana) perderebbe, con la perdita delle "identità di specie", la sua sacralità, riducendosi ad aggregato di informazioni e materiali chimici ricombinabili.

In questa querelle la posizione che assegna alla natura (biologicamente e geneticamente intesa) una sorta di primato morale o fine in sé, per cui qualsiasi intervento umano sul materiale genetico sarebbe illecito o addirittura sacrilego, risulta poco convincente.
Essa rinvia a una preconcetta diffidenza (gli uomini come inguaribili apprendisti stregoni), a idee oscure e pre-scientifiche (cosa è l’identità di specie?) e a visioni in cui la predizione di ineluttabili catastrofi soppianta l’analisi probabilistica dei rischi. Questa posizione manca inoltre di considerare che l’etica non è una collezione di astratti divieti, ma uno strumento per il benessere degli uomini e, in genere, di tutti gli individui senzienti. Questo significa che non solo gli interventi sulla natura necessitano di adeguate ragioni e giustificazioni morali, ma anche le astensioni e omissioni, in particolare quando procurino mancati benefici: e nel caso delle biotecnologie è difficile negare o sottovalutare i successi che esse hanno conseguito sul piano medico-farmacologico, consentendo ieri l’isolamento di insulina e interferone e domani, forse, la produzione di anti-ossidanti e anti-radicali liberi per la prevenzione dei tumori.

Sulle questioni di principio, dunque, la posizione che assegna alla natura un primato morale mostra la corda, in quanto non dovremmo mai considerare ciò che la natura fa, ma quel che è bene fare.

Piuttosto è sulle questioni concrete e sui dilemmi pratici che ci si dovrà attentamente e pubblicamente confrontare, anche tra i non addetti ai lavori. Tali questioni riguardano, per esempio, l’impatto dei prodotti geneticamente modificati sui suoli, sulle sostanze nutritive dei suoli e sugli ecosistemi in genere; i controlli di sicurezza sui cosiddetti alimenti transgenici; lo studio e la prevenzione dei rischi, se esistono, di trasmissione di materiale genetico ricombinato ai batteri presenti nell’organismo umano; la compatibilità o meno degli organismi geneticamente modificati con l’agricoltura tradizionale e la tradizionale bio-diversità, ecc.
Sono questioni di estrema importanza, che consigliano, in primo luogo, cautela e prudenza agli esperti in funzione del minor danno prevedibile e esigono, in secondo luogo, un’opinione pubblica informata e scaltrita. Bene dunque ha fatto a mio parere la Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa a ipotizzare un insegnamento etico-filosofico nel nuovo corso di laurea in Biotecnologie agroalimentari dedicato all’analisi razionale di tali (e altre) problematiche.

A questo insegnamento, se mi è consentito, suggerisco di dare il nome di "Etica Ambientale", una disciplina oggi assai diffusa nelle università anglosassoni, e non solo nei corsi di laurea in Filosofia. Scopo dell’ "Etica ambientale" è di esaminare in modo chiaro, rigoroso e argomentato, al di là di acritici entusiasmi e di astratte e immotivate censure, i principali problemi sollevati dall’uso umano della natura non umana, in un’età in cui le biotecnologie, insieme a nuove chances per il benessere delle persone, pongono anche nuove sfide e indicano nuove direzioni al pensiero morale.

Sergio Bartolommei
Docente di Bioetica
Facoltà di Lettere e Filosofia
Università di Pisa
r.sisto@tecnoufficio.com
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